BMW M5 2018 M Performance

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Al SEMA 2017 BMW ha svelato la gamma accessori M Performance dedicata alla nuova M5. La firma tedesca metterà a disposizione la famiglia di optional sportivi per la ultra berlina a partire dalla prossima Primavera.

Body kit aerodinamico

Oltre a darle un aspetto più aggressivo e ancora più sportivo, le appendici previste con il pack M Performance migliorano anche l’aerodinamica dell’ammiraglia arrabbiata bavarese. Tra gli accessori del body kit troviamo un nuovo splitter anteriore, minigonne laterali più pronunciate, un alettone posteriore e un diffusore, tutti realizzati in fibra di carbonio. Lo stesso materiale è utilizzato anche per le calotte degli specchietti retrovisori e la griglia frontale.

Sospensioni, scarico e freni

Per la nuova M5 BMW M Performance offre anche un set di sospensioni specifiche con molle a vista verniciate in rosso. BMW ha fatto inoltre sapere che questa variante della M5 avrà in dotazione anche freni in carboceramica ad alto rendimento, un impianto di scarico M Performance in titanio e terminali in carbonio.

Francoforte 2017

Nuova BMW M5 2018: foto e info ufficiali

Svelata la nuova generazione della berlina bavarese ad alte prestazioni. Il debutto atteso al Salone di Francoforte 2017

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BMW serie 3, la storia del design

1975 - BMW serie 3 E211975 - BMW serie 3 E21

1985 - BMW serie 3 E30 Coupé restyling1985 - BMW serie 3 E30 Coupé restyling

1989 - BMW M3 E30 Cabrio1989 - BMW M3 E30 Cabrio

1990 - BMW serie 3 E361990 - BMW serie 3 E36

1992 - BMW M3 E36 Coupé1992 - BMW M3 E36 Coupé

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2016 - BMW serie 3 F30 restyling tre quarti posteriore design2016 - BMW serie 3 F30 restyling tre quarti posteriore design

2016 - BMW serie 3 Gran Turismo restyling2016 - BMW serie 3 Gran Turismo restyling

 

La BMW serie 3 – la berlina più amata dagli italiani – rappresenta da oltre 40 anni la scelta migliore per chi cerca un mezzo da famiglia ma non vuole rinunciare al piacere di guida. Scopriamo insieme la storia del design della “segmento D” bavarese.

1975 - BMW serie 3 E211975 - BMW serie 3 E21

BMW serie 3 E21 (1975)

La prima generazione della BMW serie 3 (chiamata E21) nasce nel 1975 e può vantare un designer d’eccezione: il francese Paul Bracq.

Disponibile inizialmente solo a due porte, somiglia molto (troppo) alla sorella maggiore serie 5. Decisamente più originali gli interni, contraddistinti dalla consolle centrale rivolta verso il guidatore (soluzione che verrà riproposta molto spesso dalla Casa tedesca negli anni successivi).

Molto interessante dal punto di vista del design anche la versione Cabrio del 1978 realizzata dal carrozziere Baur: montanti fissi, un hard-top rigido sopra la testa dei passeggeri anteriori e una capote in tela per coprire le persone sedute sui sedili posteriori.

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1989 - BMW M3 E30 Cabrio1989 - BMW M3 E30 Cabrio

 

BMW serie 3 E30 (1982)

La seconda generazione della BMW serie 3 (nota anche con la sigla E30) è un’evoluzione stilistica della E21. Per la prima volta arrivano la variante a quattro porte (nel 1983), una vera Cabrio (nel 1985) e la station wagon Touring (nel 1987).

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1992 - BMW M3 E36 Coupé1992 - BMW M3 E36 Coupé

1994 - BMW M3 E36 Cabrio1994 - BMW M3 E36 Cabrio

 

BMW serie 3 E36 (1990)

La più grande rivoluzione nel design della BMW serie 3 arriva nel 1990 con la E36: la terza generazione della berlina di Monaco si presenta con forme tondeggianti e dice addio ai gruppi ottici circolari. La Compact del 1993 porta al debutto la carrozzeria a tre porte.

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BMW serie 3 E46 (1998)

La quarta generazione della BMW serie 3 (chiamata E46) riprende le proporzioni dell’antenata ma con forme ancora più aerodinamiche e sinuose.

La Touring – lanciata nel 1999 – offre l’utile lunotto apribile mentre la Compact del 2000 presenta degli originali gruppi ottici anteriori sdoppiati. Il restyling del 2001 serve principalmente ad “alleggerire” il frontale.

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BMW serie 3 E90 (2004)

Due passi indietro nel design (la coda poco originale e la plancia non più rivolta verso il guidatore) e un passo avanti (la consolle centrale ripulita dai pulsanti, rimpiazzati dalla manopola dell’iDrive): sono queste le caratteristiche stilistiche principali della quinta generazione della BMW serie 3 (la E90).

Le altre novità rilevanti riguardano l’addio alla versione Compact e la Cabrio del 2007 che abbandona il tetto in tela per passare a quello in metallo.

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BMW serie 3 F30 (2012)

La sesta generazione della BMW serie 3 (la F30) debutta nel 2012 con un design più filante (ma con la coda troppo simile a quella della serie 5) e con la consolle centrale nuovamente orientata verso il pilota.

Spariscono le versioni coupé e cabrio (ribattezzate serie 4), rimpiazzate dalla Gran Turismo, una variante più versatile contraddistinta dalla presenza del portellone e da dimensioni esterne più importanti.

Il mondo BMW

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Project Cars 2, la nostra recensione

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Project Cars è stato un titolo ambizioso: il mondo dei racing games non è facile, soprattutto se intendi progettare un gioco simulativo pronto a sfidare i big del panorama videoludico. Il primo titolo di Slightly Mad Studios però ha centrato l’obbiettivo, portando un titolo vasto, ricco di circuiti, dall’impronta fortemente simulativa e soprattutto immersivo. Un gioco, però, non privo di difetti. Il modello di guida marcatamente simulativo rendeva il primo capitolo a dir poco ostico da giocare con il pad; la fisica delle auto, poi, sebbene ben realizzata, era ben lontana dall’essere perfetta (soprattutto nel passaggio sui cordoli) e la grafica era ancora piuttosto grossolana, oltre che poco fluida. Anche il parco auto non era dei più vasti; ma a conti fatti, in un periodo di sequel sottotono, Project Cars è stata una boccata d’aria fresca.
Project Cars 2 mette sul piatto un mole di contenuti decisamente più importante, prendendo nel mirino addirittura Forza Motorsport e Gran Turismo, ma senza perdere di vista la sua indole simulativa. Sarà riuscito nel suo intento?

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SIMULATORE, PER TUTTI

Vogliamo essere chiari: Project Cars 2 assomiglia più ad Assetto Corsa o Dirt Rally che a F12017 o WRC, come modello di guida. Giochi di Rally? Ebbene sì; il secondo capitolo non solo propone ambienti con pioggia, ghiaccio e neve – splendidamente realizzati – ma anche vetture da rally e rally cross. Ma questa è solo un piccola parte della quantità enorme di contenuti che il titolo offre.
Project Cars 2 conta più di 170 vetture e 60 tracciati, una carriera ben strutturata – anche se poco profonda e priva di “extra” – e un comparto online davvero ben fatto. Non è un gioco alla Gran Turismo dove le patenti, la progressione e i dettagli sono al centro dell’esperienza, ma un gioco dove la guida e la battaglia sono al centro di tutto. Le vetture sono realizzate con estrema cura, e spaziano dai kart, alle formula, alle GT fino ad arrivare alle vetture stradali.
Il menu è molto simile a quello del capitolo precedente e fin da subito si possono guidare tutte le vetture (tranne in modalità Carriera dove bisogna procedere per gradi), ma vi assicuriamo che avrete il vostro bel da fare. Il livello di difficoltà poi è ampiamente regolabile: l’IA degli avversari può essere regolato al centesimo, così come la loro aggressività. Al livello massimo bisogna essere quasi dei piloti professionisti per fronteggiare gli avversari, ma con una regolazione “appropriata” il gioco è godibile anche dai neofiti. Stesso discorso vale per i controlli elettronici. Ci sono anche gli aiuti visivi che indicano dove (e come) curvare, dove frenare e dove accelerare. Un indicatore che ormai va di moda nei giochi di guida, e che io poco digerisco.

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PISTE MIGLIORI, FISICA MIGLIORE

I “buchi” riguardanti la fisica delle auto e la realizzazione delle piste sono stati colmati, e questo è un grande sollievo, visto che erano due punti del primo capitolo che ci hanno lasciato con l’amaro in bocca. Va detto: è un gioco che va giocato con il volante; non solo perché le auto sono più controllabili (richiede una guida “precisa”), ma anche perché si apprezzano meglio i dettagli provenienti dal force feedback, perfettamente in sintonia con le asperità dell’asfalto, con i cordoli e con i cambi di direzione. Anche con il pad, tuttavia, si apprezzano molto di più rispetto al primo capitolo, ma l’esperienza di guida non è la stessa.
Veniamo alla fisica. Le auto ora si comportano molto meglio: se saltate troppo su un cordolo non vi ritroverete più sulla luna e il peso dell’auto e le regolazioni ora si percepiscono in modo più sensibile. Chi ha giocato il primo capitolo ad ogni modo ritroverà lo stesso modello di guida, ma più genuino e naturale.
Molto meglio invece per quanto riguarda le piste – almeno la maggior parte -, ora riprodotte con maggiore fedeltà tramite un sistema di scansione laser fatto con i droni.

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GRAFICA

Project CARS 2, nonostante i bellissimi trailer, non è un capolavoro visivo. Ma anche se non regge il confronto con Forza Motorsport (il più bello da vedere, per ora) si difende lo stesso egregiamente, sfoggiando su console 60 FPS e un meteo dinamico molto ben realizzato. Anche le vetture sono belle e luccicanti, e soprattutto “suonano” come vere auto da corsa, sibili e rumori di trasmissione compresi.

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CONCLUSIONI 9

Project Cars 2 è l’unico simulatore in commercio in grado di accontentare anche i “non maniaci” delle corse. Ha tanto da offrire ed è molto appagante, soprattuto con il volante. Il secondo capitolo poi rimedia a tutti i piccoli difetti del suo predecessore, rendendolo (quasi) inattaccabile sotto tutti i punti di vista. Da non perdere.

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Mazda RX-2 (1970): la Wankel comoda

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La Mazda RX-2 – prodotta dal 1970 al 1978 – non è altro che una variante della 616 dotata del motore rotativo Wankel. Disponibile in due varianti di carrozzeria – berlina o coupé – è introvabile dalle nostre parti e le sue quotazioni sono inferiori a 10.000 euro.

Mazda RX-2 (1970): le caratteristiche principali

La Mazda RX-2 vede la luce nel 1970: caratterizzata da un design sexy (specialmente per quanto riguarda la coupé), sa essere tanto comoda quanto grintosa.

Tra le note negative segnaliamo il poco spazio a disposizione della testa e delle spalle dei passeggeri posteriori. Il restyling del 1974 porta qualche modifica al frontale e agli interni.

Mazda RX-2 (1970): la tecnica

Il motore della Mazda RX-2 è un’unità rotativa Wankel composta da due rotori di 573 cc per una cilindrata totale di 1.146 cc. La potenza? 115 CV.

Un’unità – abbinata ad un cambio manuale a 5 marce – contraddistinta da prestazioni eccezionali ma anche da una scarsa verve ai bassi regimi unita a consumi altissimi.

Mazda RX-2 (1970): le quotazioni

La Mazda RX-2 del 1970 è introvabile in Italia: meglio rivolgersi dove ha avuto più successo (USA e Australia). Non fatevi ingannare dalle quotazioni che recitano 3.000 euro: per entrare in possesso di un esemplare ben tenuto preparatevi a sborsare circa 8.000 euro.

Il mondo Mazda

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Eicma 2017, ci sarà anche Keanu Reeves con la sua azienda

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Il già ricco piatto che Eicma 2017 si appresta ad offrire a tutti gli appassionati di due ruote che affolleranno i padiglioni della Fiera di Rho dal 7 al 12 novembre, si arricchisce della presenza di una guest star d’eccezione. Il celebre attore, Keanu Reeves, ha infatti appena confermato la propria presenza in duplice veste: come genuino appassionato delle due ruote e per presentare, in anteprima mondiale, 3 nuovi modelli di ARCH Motorcycle Company, l’azienda da lui fondata insieme a Gard Hollinger, noto customer e rider di lungo corso.

Le tre novità attese dall’azienda di Keanu Reeves

L’azienda, che produce a Los Angeles motociclette personalizzate su misura, ha lanciato nel 2015 il primo modello chiamato KRGT-1. Tra pochi giorni si appresta a svelare al grande pubblico ben tre novità. La prima è la KRGT-1 2018, versione più recente e raffinata del primo KRGT-1, un cruiser che può essere guidato in modo aggressivo ma allo stesso tempo confortevole sulle lunghe distanze. I miglioramenti ergonomici riguardano la carrozzeria, le sospensioni anteriori, i freni dotati di ABS e il motore Euro-4.

Vedremo poi una versione S, la prima motocicletta di ARCH Motorcycle a braccio oscillante, evoluzione della KRGT-1. Questo modello è sportivo, dalla posizione di guida più aggressiva pur mantenendo inalterata la sua formula cruiser nelle prestazioni. L’alluminio lavorato CNC e l’ampio uso della fibra di carbonio caratterizzano questa elegante motocicletta ispirata a corsa.

E chiuderà il cerchio il modello Method143, dotato di un telaio in fibra di carbonio Mono-Cell limitato a 23 unità. Il concetto di progettazione di stratificazione e l’eleganza dell’artigianato della carrozzeria comprendono la pelle, la fibra di carbonio e l’alluminio lavorato CNC.

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Yamaha Cross Hub Concept, prove di pick-up

Yamaha Cross Hub ConceptYamaha Cross Hub Concept

Tra le tante novità che Yamaha ha presentato in occasione del Salone di Tokyo 2017, spicca il Cross Hub Concept. Si tratta di un prototipo a quattro ruote lungo 4.490 metri del marchio dei Tre Diapason e ha come “obiettivo quello di collegare l’aspetto “attivo” e quello “cittadino” nella vita di tutti gli appassionati”. L’originale disegno “a diamante” dei sedili alloggiati nella cabina permette di contenere le dimensioni del veicolo ed offre 4 posti e la possibilità di caricare due moto nella parte posteriore: perché da Yamaha non ci si può aspettare che si dimentichi delle due ruote. Un prototipo che trasporta direttamente i suoi occupanti nel mondo dedicato al tempo libero. Troverà mai spazio sui mercati? Non è ancora chiaro. Ma il fatto che abbia attirato parecchio l’attenzione potrebbe portare il marchio a fare qualche riflessione.

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Volvo V90 Cross Country, la versione speciale Ocean Race

Volvo celebra la presenza della Volvo Ocean Race 2017/18 con una versione speciale della nuova V90 Cross Country.  A sostegno del Programma Scientifico della Volvo Ocean Race focalizzato sulla plastica negli oceani, la Casa automobilistica donerà infatti 100 euro per ognuno dei primi 3.000 esemplari di V90 Cross Country Volvo Ocean Race che verranno realizzati. “Siamo orgogliosi di sostenere il Programma Scientifico della Volvo Ocean Race orientato a farci meglio comprendere lo stato di salute degli oceani – la risorsa naturale più importante che abbiamo,” ha dichiarato Stuart Templar, Responsabile Sostenibilità di Volvo Cars. “Come azienda già facciamo il possibile per ridurre al minimo il nostro impatto sul mondo che ci circonda e l’approccio innovativo proposto da questo progetto per affrontare un grave problema ambientale si adatta alla perfezione alla nostra filosofia aziendale – non da ultimo in un momento che ci vede proiettati verso un futuro elettrificato.”

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Volvo sostiene la tutela degli oceani con un modello speciale di V90 Cross Country

Volvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race exterior on locationVolvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race exterior on location

Credits: Volvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race exterior on location

Volvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race interior detailVolvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race interior detail

Credits: Volvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race interior detail

Volvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race interior detailVolvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race interior detail

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Credits: Volvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race interior

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Credits: Volvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race boot

Volvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race bootVolvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race boot

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Credits: Volvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race exterior detail

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Credits: Volvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race exterior

Volvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race exteriorVolvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race exterior

Credits: Volvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race exterior

Volvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race exterior on locationVolvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race exterior on location

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Volvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race exterior on locationVolvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race exterior on location

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Volvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race exterior on locationVolvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race exterior on location

Credits: Volvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race exterior on location

Volvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race exterior on locationVolvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race exterior on location

Credits: Volvo V90 Cross Country Volvo Ocean Race exterior on location

 

Volvo celebra la presenza della Volvo Ocean Race 2017/18 con una versione speciale della nuova V90 Cross Country.  A sostegno del Programma Scientifico della Volvo Ocean Race focalizzato sulla plastica negli oceani, la Casa automobilistica donerà infatti 100 euro per ognuno dei primi 3.000 esemplari di V90 Cross Country Volvo Ocean Race che verranno realizzati. La donazione complessiva sottolinea l’impegno assunto ormai da lungo tempo da Volvo Cars nei confronti della tutela ambientale.

V90 Cross Country Volvo Ocean Race

La V90 Cross Country Volvo Ocean Race prevede tutte le dotazioni standard che i clienti si attendono da una Volvo Cross Country, come ad esempio la trazione integrale, l’altezza da terra maggiorata e un telaio ottimizzato sviluppato per garantire il massimo confort e controllo della vettura in tutte le condizioni atmosferiche e del fondo stradale. Un design e una gamma di colori per interni e carrozzeria specifici differenziano la V90 Cross Country Volvo Ocean Race dagli altri modelli della Serie 90.

Particolari in tinta grigio opaco e arancio brillante, presentati in anteprima sull’acclamata Volvo Concept XC Coupé nel 2014, sono abbinati a una carrozzeria dalla tonalità Crystal White e a cerchi e impunture esclusivi. Inoltre la V90 Cross Country Volvo Ocean Race contribuirà a contrastare il problema dell’inquinamento marino grazie all’utilizzo di inserti dei tappeti realizzati in Econyl, un tessuto prodotto interamente con nylon riciclato che include anche le reti da pesca abbandonate e recuperate dai fondali marini.

Volvo Ocean Race

Il Programma Scientifico Volvo Ocean Race prevede che le imbarcazioni che partecipano all’edizione 2017/18 siano equipaggiate con una serie di sensori in grado di catturare dati in alcune delle aree più remote degli oceani terrestri che permetteranno di elaborare un quadro più completo dell’estensione dell’inquinamento causato dalla plastica e del suo impatto sulla vita oceanica. Fra i partner scientifici del Programma figura anche l’agenzia statunitense per gli oceani e l’atmosfera NOAA.

“Siamo orgogliosi di sostenere il Programma Scientifico della Volvo Ocean Race orientato a farci meglio comprendere lo stato di salute degli oceani – la risorsa naturale più importante che abbiamo,” ha dichiarato Stuart Templar, Responsabile Sostenibilità di Volvo Cars. “Come azienda già facciamo il possibile per ridurre al minimo il nostro impatto sul mondo che ci circonda e l’approccio innovativo proposto da questo progetto per affrontare un grave problema ambientale si adatta alla perfezione alla nostra filosofia aziendale – non da ultimo in un momento che ci vede proiettati verso un futuro elettrificato.”

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Shuanghuan Ceo aut. (2010): pregi e difetti della SUV cinese

Shuanghuan CEOShuanghuan CEO

La Shuanghuan Ceo è una SUV cinese nota soprattutto per essere il clone della prima BMW X5. La Casa bavarese riuscì ad impedire la commercializzazione di questa Sport Utility in Germania ma non potè fare nulla in Italia, dove fu importata dal 2008 al 2011 dalla Martin Motors (azienda milanese che ci “deliziò” poco dopo con la Bubble, una copia della seconda serie della Smart fortwo con quattro posti e una ruota di scorta sporgente in stile fuoristrada).

Oggi analizzeremo un esemplare del 2010 dotato di cambio automatico, introvabile sul mercato dell’usato (più semplice – ma non troppo – rintracciare le varianti manuali) e con quotazioni di 6.000 euro. Scopriamo insieme i (pochi) pregi e i (tanti) difetti di una delle vetture più improbabili vendute nel nostro Paese nel XXI secolo.

I pregi della Shuanghuan Ceo del 2010

Abitabilità

Ottima: stiamo d’altronde parlando di una SUV lunga oltre 4,70 metri (4,71, per la precisione).

Dotazione di serie

Interessante: autoradio, cerchi in lega, climatizzatore, fendinebbia, interni in pelle, sensori di parcheggio e vernice metallizzata.

Capacità bagagliaio

Il vano della Shuanghuan Ceo è grande ma non immenso: 465 litri che diventano 1.550 quando si abbattono i sedili posteriori.

Posto guida

La posizione di seduta rialzata consente di dominare la strada ma i sedili poco avvolgenti non trattengono bene nelle curve.

Climatizzazione

Impianto potente, bocchette piccole.

Sospensioni

Pronte per affrontare anche i percorsi off-road (non troppo impegnativi, però).

Visibilità

Migliorabile solo quella di tre quarti posteriore per via dei montanti voluminosi.

I difetti della Shuanghuan Ceo del 2010

Finitura

Materiali di bassa qualità e assemblaggi imprecisi.

Rumorosità

Marcata a qualsiasi velocità.

Motore

Il 2.4 benzina/GPL di origine Mitsubishi è un’unità aspirata in grado di generare una potenza di 125 CV e una coppia di 190 Nm. Un po’ poco per una Sport Utility che sfiora le due tonnellate di peso.

Cambio

La Shuanghuan Ceo monta un’obsoleta trasmissione automatica (convertitore di coppia) a quattro rapporti.

Sterzo

Troppo leggero.

Prestazioni

Scarse: 165 km/h di velocità massima e 11,5 secondi per accelerare da 0 a 100 chilometri orari.

Dotazione di sicurezza

La Shuanghuan Ceo è una delle auto più insicure commercializzate nel nostro Paese nel XXI secolo. Ci sono solo gli airbag frontali mentre il resto non era disponibile neanche come optional.

Freni

Poco potenti.

Tenuta di strada

Precaria: colpa dell’assenza dell’ESP e del baricentro alto. Senza dimenticare il rollio evidente.

Prezzo

Da nuova nel 2010 la Shuanghuan Ceo aut. costava oltre 30.000 euro (una cifra con cui si potevano prendere rivali usate decisamente migliori). Oggi è introvabile (più semplice rintracciare le varianti dotate di cambio manuale) e le sue quotazioni recitano 6.000 euro.

Tenuta del valore

Scarsa: la trazione integrale (inseribile) e il cambio automatico sono due elementi richiesti sul mercato dell’usato ma non bastano se il resto della vettura è privo di caratteristiche interessanti.

Consumo

La Shuanghuan Ceo beve tantissimo: 8,7 km/l dichiarati. Lo stesso valore di una Porsche Cayenne Turbo (che però di cavalli ne aveva 500…).

Garanzie

Tutte scadute.

SUV usate

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L’articolo Shuanghuan Ceo aut. (2010): pregi e difetti della SUV cinese proviene da Panoramauto.

Fonte:

Mazda MX-5 VS Fiat 124 Spider

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Fiat 124 Spider 5Fiat 124 Spider 5

Quando due auto nascono con lo stesso pianale, è difficile che siano come il giorno e la notte. Basta pensare alla Toyota GT86 e alla Subaru BRZ, due sorelle quasi gemelle. Qui il discorso però cambia parecchio: è vero che Fiat 124 Spider e Mazda Mx-5 condividono lo stesso pianale, la stessa strumentazione e (quasi) gli stessi interni, ma è anche vero che sotto il cofano scopriamo due pianeti diversi.

La giapponese è spinta da un  motore quattro cilindri 2,0 litri aspirato che produce 160 CV a 6.000 giri e 200 Nm di coppia a 4.600 giri (in alternativa c’è anche il più piccolo 1.5 da 131 CV e 150 Nm); L’italiana invece monta un 1.4 turbo da 140 CV a 5.000 giri e 240 Nm di coppia 2.250 giri.

La Fiat 124 Spider pesa anche leggermente di più (circa 40 kg) per un totale di 1.105 kg; un peso giustificato dalle dimensioni leggermente maggiori. L’italiana infatti è 14 cm più lunga rispetto alla cugina nipponica, con una lunghezza complessiva di 4.054 mm contro i 3.914 mm della Mazda. Entrambe, però, condividono lo stesso passo di 2,3 m. Questo fa si che il bagagliaio della 124 sia più capiente di 10 litri (140 litri contro 130); non è un gran guadagno, ma è qualcosa.

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QUESTIONE DI GUSTI

Già da fuori si intuiscono i caratteri diversi delle due auto. La Fiat è più morbida nelle linee, più classica, con un sapore vagamente british e una punta di americano. La Mazda è più spigolosa, esotica, esprime dinamismo e velocità. Dentro sono pressoché identiche: entrambe ben fatte, curate, con la strumentazione e lo stile tipicamente Mazda. La Fiat aggiunge un qualcosa in più in termini di qualità percepita, con alcuni rivestimenti in plastica morbida sulla parte alta della plancia e l’interno portiera più curato. Ma la differenza è comunque poca, la scelta riguarda più un gusto personale.

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AL VOLANTE DELLE DUE SPIDER

Partiamo dalla japp: la Mazda Mx-5, nella versione Sport, ha un assetto più rigido e il differenziale autobloccante posteriore. C’è da dire che non è mai rigida come una tavola, anzi, nella guida sportiva vorrei una maggiore precisione dell’avantreno, ma l’auto è comunque molto agile e divertente. Si sente che è leggera, in ogni situazione. Il 2.0 aspirato da 160 CV la spinge senza sforzo e la Mazdina va molto più forte di quanto i dati facciano credere. La posizione di guida è molto bassa e sdraiata, e, a causa del volante non regolabile in profondità (anche la Fiat ha lo stesso problema), chi è più alto di un metro e ottanta deve guidare con le braccia distese. Certo non è un’auto fatta per i lunghi viaggi: il sedile dopo un po’ intorpidisce il fondoschiena e i fruscii in autostrada diventano fastidiosi in breve tempo. Ma quando la si guida sulla strada giusta tutto svanisce nell’insignificante. Lo sterzo servoassistito è sufficientemente preciso e sensibile, mentre il cambio è una pure goduria. La leva è così corta e gli innesti sono così secchi e precisi che vi ritroverete ad usarlo più del necessario solo per il gusto di farlo.

Saltando dalla Mazda alla Fiat 124 vi ritroverete a casa, almeno finché non girate la chiave. Il 1.4 turbo Multiair ha un suono più civile e basso rispetto al 2.0 litri della Mazda, e lo sterzo appare subito più leggero. La Fiat 124 Spider digerisce anche meglio le buche e ha un motore più docile nel traffico. In poche parole: è più morbida e rilassante. Se si preme sul pedale del gas poi si scopre una coppia sconosciuta all’aspirato della Mx-5, anche nelle marce alte. In linea retta è veloce tanto quanto la Mazda, ma tirandole il collo non c’è la stessa soddisfazione nella zona alta del contagiri. È un motore più turistico, il 1.4 turbo. Anche l’assetto è più morbido e “safe”, e, anche se si esagera in curva, la 124 Spider rimane stabile e sicura. Al contrario che sulla Mazda bisogna davvero esagerare per far partire il posteriore e anche quando succede è difficile finire in testa-coda o ritrovarsi nei guai. Anche perché manca un differenziale autobloccante, quindi il più delle volte vi ritroverete con la ruota interna che pattina e nessun sovrasterzo da gestire.

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CONCLUSIONI

Nonostante lo scheletro sia lo stesso, il carattere delle due spider è molto diverso. Entrambe comportano dei sacrifici in termini di spazio ed entrambe sono godibili d’estate e per la maggior parte delle strade. Ma se siete degli amanti della guida sportiva, allora la Mazda Mx-5 è quella che fa al caso vostro. È più tesa, sensibile – anche un po’ più nervosa – ed è più propensa a giocare quando siete dell’umore. La Fiat 124 Spider offre quasi la stessa esperienza, quando si va tranquilli, con il plus di un comfort – leggermente – maggiore e di un motore più ricco di coppia che rende la guida più godibile nella maggior parte delle situazioni. Di contro risulta meno coinvolgente quando si va forte, ma se non siete degli smaliziati al volante, avrete comunque di che divertirvi.
In parole povere: se amate la guida pura, scegliete la Mazda, se invece cercate una spider un po’ più comoda per il weekend al mare (o perché no, in montagna), allora la Fiat 124 Spider fa al caso vostro.

PREZZI

Mazda MX-5 1.5L Skyactiv-G RF    28.000 euro
Fiat 124 spider 1.4 MultiAir              28.000 euro

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