Trump, il Messico e le case automobilistiche: cosa potrebbe cambiare per alcuni marchi

La scorsa settimana Ford annunciava la cancellazione di 1,6 miliardi di dollari di investimenti destinati ad una nuova fabbrica in Messico. A distanza di poche ore rimbalzava tra i media anche la difesa di General Motors a un altro duro attacco del Tycoon che aveva minacciato di infliggere dazi fino al 35% sulle auto prodotte nel paese confinante e poi rivendute in territorio a Stelle e Strisce. Poco importa se l’Ovale Blu, nel suo tentativo di pace di fronte allo scenario bellico messo in scena dal neo presidente Trump, abbia taciuto su altri 2,5 mln di dollari pronti per gli investimenti messicani.E poi c’è FCA che, ancor prima di esser presa di mira direttamente dall’ex imprenditore, si è affrettata ad informare dei suoi 940 milioni di Euro e 2.000 posti di lavoro già messi in conto per l’industria statunitense. Poco importa, anche in questo caso, che oltre il 95% della produzione messicana dei marchi del Gruppo sia comunque destinata proprio agli USA.Il fatto che lo stesso governo giapponese sia sceso in campo a difendere Toyota, anch’essa nel mirino dei tweet avvelenati di Mr. President, dimostra che la minaccia arrivata dalla Trump Tower di New York va presa sul serio ed è reale, tanto quanto l’imponente delocalizzazione industriale (non solo del settore automotive) in una regione economicamente conveniente come la lingua di terra che unisce le due Americhe. Tanto da diventare il quarto esportatore e il settimo fabbricante di auto al mondo.Ma non si tratta solo di nazionalismo e protezionismo, è anche una questione elettorale. Per la sua elezione Trump deve infatti essere riconoscente alla Rust Belt (cintura di ruggine), regione da cui sono arrivati migliaia di voti, in altre parole Detroit, la culla dell’industria automobilistica statunitense.E in tutto ciò non sono esclusi i marchi stranieri, molti dei quali producono in Messico e vendono negli USA. Il pericolo, infatti, potrebbe arrivare dalla minacciata rinegoziazione del NAFTA, trattato del libero commercio che dal 1994 regola gli scambi tra Stati Uniti, Canada e Messico e che prevede che qualsiasi automobile fabbricata in uno stabilimento messicano e che sia assemblata con almeno il 65% di componenti provenienti dalla regione, non paghi nessun tipo di tassa speciale se venduta negli altri due paesi (USA e Canada).Se a ciò si aggiungono un risparmio nella produzione pari al 40% e una serie di trattati di libero commercio che il Messico ha con 50 paesi, tra cui anche l’Europa, si capisce bene l’invasione messicana da parte dell’industria automobilistica che negli ultimi dieci anni può contare ben 20 miliardi di dollari di investimenti. Dal 2009 al 2015 il Messico è passato a da 1,56 milioni di auto prodotte a 3,56 mln di unità. E l’80% di queste sono dirette all’estero, di cui la maggior parte vanno negli USA (il 77%).Nissan, Honda, Toyota, Chrysler, Fiat, General Motors e da più recente anche Mazda e Audi (che proprio in Messico, a Puebla, ha il secondo impianto industriale del Gruppo VW dopo quello di Wolfsburg), fanno parte della Trump’s list. Senza contare che anche Daimler e BMW hanno intenzione di aggiungersi alla festa a partire, rispettivamente, dal 2017 e dal 2019. E poi non bisogna dimenticare tutti i marchi fornitori che hanno seguito a ruota i grandi marchi automotive accompagnandoli in Messico.Insomma, le conseguenze di una rinegoziazione statunitense non dovrebbero essere poi così catastrofiche, perché l’aumento dei dazi e delle tariffe imposti dal governo americano dovrebbe essere spropositato per poter influire pesantemente su tali volumi di commercio, soprattutto a breve termine. D’altra parte, però, si potrebbero cancellare progetti importanti, come nel caso di Ford. 
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