Category Archives: Auto Classiche
Dan Gurney: pilota e non solo
Dan Gurney non è stato un pilota come tutti gli altri: è stato il primo uomo al mondo a vincere in F1, con le Sport, in Formula Indy e nella NASCAR, ha conquistato una 24 Ore di Le Mans inaugurando la tradizione dello champagne sul podio, ha trionfato come proprietario di team ed è stato anche un inventore.Scopriamo insieme la storia del driver statunitense: non ha mai vinto un Mondiale con le monoposto ma era l’unico pilota ad essere temuto da Jim Clark (due volte iridato nel Circus). Senza dimenticare che a parità di vettura è stato capace di tenersi dietro due campioni del mondo.Dan Gurney: la storiaDan Gurney nasce il 13 aprile 1931 a Port Jefferson (USA). Figlio di un cantante lirico e nipote di un produttore di cuscinetti a sfera, si trasferisce dopo il diploma in California con la famiglia, si arruola nell’esercito e combatte nella Guerra di Corea.Le prime gareAppassionato di auto, inizia a correre il 23 ottobre 1955 con una Triumph TR2 a Torrey Pines chiudendo in 10° posizione. La prima vittoria arriva invece a Riverside il 22 settembre 1957 con una Chevrolet Corvette.Le brillanti prestazioni mostrate da Dan Gurney nelle corse statunitensi convincono Luigi Chinetti, importatore Ferrari negli USA, ad offrirgli un sedile per la 24 Ore di Le Mans 1958. L’avventura al volante della 250 TR del driver “yankee” termina dopo sette ore a causa di un incidente del compagno di team – il connazionale Bruce Kessler – ma la quinta posizione assoluta guadagnata prima del cambio pilota gli permette di farsi conoscere nell’ambiente.La prima vittoria importante e la F1La prima vittoria importante per Gurney arriva alla 12 Ore di Sebring 1959 con una Ferrari 250 TR59 guidata insieme ai connazionali Chuck Daigh e Phil Hill e al belga Olivier Gendebien.Il debutto in F1 per Dan Gurney, sempre con la Ferrari, risale al 5 luglio 1959 al GP di Francia (ritiro per un problema al radiatore). Nel corso della stagione sale sul podio nel secondo GP disputato (2° in Germania) e arriva terzo in Portogallo risultando più lento del collega britannico Tony Brooks e di Hill, giocandosela alla pari con Gendebien e facendo meglio dell’inglese Cliff Allison.Nel 1960 – anno in cui con le Sport conquista la 1.000 km del Nürburgring insieme al britannico Stirling Moss al volante di una Maserati Tipo 61 – passa alla BRM: riesce a tagliare una sola volta il traguardo (10° in Gran Bretagna) e offre prestazioni meno convincenti dei compagni di scuderia (l’inglese Graham Hill e lo svedese Joakim Bonnier).L’era PorscheDan Gurney si trasferisce alla Porsche nel 1961: surclassa i due coéquipier (Bonnier e il tedesco Hans Herrmann) e conquista tre secondi posti (Francia, Italia e USA). L’anno seguente – impreziosito dal trionfo alla 3 Ore di Daytona con una Lotus 19 e dal debutto nella categoria NASCAR – fa ancora meglio: ancora più rapido di Bonnier, ottiene la prima vittoria in F1 in Francia.L’era Brabham e IndianapolisNel 1963, dopo aver debuttato l’anno precedente alla 500 Miglia di Indianapolis al volante di un’agile monoposto Thompson dotata di un motore posteriore, convince la Lotus a partecipare alla celebre corsa statunitense con una vettura dotata della stessa configurazione tecnica. Colin Chapman ottiene il secondo posto con Clark (che avrebbe dovuto vincere, considerando la bandiera nera ricevuta in gara dal vincitore Parnelli Jones) mentre Dan si piazza in settima posizione.Nello stesso anno Dan Gurney vince la 500 km di Bridgehampton tra le GT con una Shelby Cobra mentre in F1 corre con la Brabham: se la cava meglio del compagno australiano (nonché fondatore del team) Jack Brabham e sale sul podio in tre occasioni (due secondi posti in Olanda e Sudafrica).Il 1964 è l’anno in cui Gurney conquista due GP (Francia e Messico) surclassando il coéquipier Jack ma la sua stagione migliore in F1, a nostro avviso, è quella del 1965: un’annata che coincide con l’assenza di vittorie ma con tanti piazzamenti (due secondi posti negli USA e in Messico e tre terzi posti) che gli permettono di terminare il Mondiale in quarta posizione risultando più rapido di Brabham, del neozelandese Denny Hulme e – nel GP d’Italia – del nostro Giancarlo Baghetti.Mettersi in proprioDan Gurney fonda nel 1965 il team All American Racers e nel 1966 debutta in F1 con una monoposto da lui costruita: la Eagle. Nella prima stagione ottiene come migliori piazzamenti due quinti posti in Francia e in Messico ma si riscatta l’anno seguente con il trionfo in Belgio e con il terzo posto in Canada.Le MansSempre nel 1967 arriva la vittoria alla 24 Ore di Le Mans con la Ford GT40 (provvista di una “bolla” sul tetto per ospitare Dan, alto oltre 1,90 metri) insieme al connazionale A. J. Foyt. Durante i festeggiamenti sul podio Gurney inizia a scuotere la bottiglia di champagne innaffiando tutti i presenti e inaugurando quella che diventerà una tradizione nel motorsport.Il casco integraleAlla 500 Miglia di Indianapolis del 1968 Dan Gurney (2° al traguardo) è il primo pilota della storia ad indossare un casco integrale: l’elmetto Star della Bell debutta in F1 sempre con il pilota statunitense in Germania. L’ultima stagione del driver “yankee” al volante della Eagle è intervallata da un GP d’Olanda disputato con la Brabham e si conclude nelle ultime tre gare dell’anno con la McLaren (con cui arriva quarto negli USA).Gli ultimi anni da pilotaNel 1969 – anno del matrimonio di Dan con Evi Butz, ragazza tedesca impiegata nell’ufficio stampa Porsche – arriva un altro secondo posto a Indianapolis. L’anno seguente conclude la sua avventura nel Circus con tre GP corsi con la McLaren (sesto nel GP di Francia e prestazioni peggiori di Hulme) e ottiene le ultime vittorie in Can-Am a Mosport e a St. Jovite. Dopo questi trionfi il ritiro.Dopo le corseDan Gurney continua a far parlare di sé anche fuori dall’abitacolo. Nel 1971 inventa il Gurney Flap – un’appendice mobile (già brevettata nel 1931, a dire il vero) che incrementa moltissimo la deportanza usata anche sugli elicotteri – mentre quattro anni più tardi riesce finalmente a vincere la 500 Miglia di Indianapolis come proprietario del team All American Racers grazie al trionfo di Bobby Unser con la Eagle.Nel 1979 contribuisce a creare il campionato CART (diventato Champ Car nel 2004 e terminato nel 2008) e negli anni ’90 grazie alla Eagle motorizzata Toyota porta a casa con il suo team la 12 Ore di Sebring del 1992 (con l’argentino Juan Manuel Fangio II e il britannico Andy Wallace) e la 24 Ore di Daytona del 1993 con un trio statunitense composto da Mark Dismore, P.J. Jones e Rocky Moran.L’ultima creazione di Dan Gurney è la moto Alligator del 2002: una due ruote dallo stile originale che unisce i vantaggi delle custom a quelli delle sportive.
Fonte
Star Wars in F1
Il grande giorno è arrivato: oggi – 16 dicembre 2015 – esce nei cinema Star Wars: Il risveglio della forza. Per celebrare l’uscita del settimo capitolo di una delle saghe cinematografiche più famose di tutti i tempi abbiamo deciso di tornare indietro di dieci anni, quando il lancio di Star Wars: Episodio III – La vendetta dei Sith nel 2005 coinvolse direttamente il mondo della F1 e più precisamente la Red Bull. Scopriamo insieme la storia di quei giorni.Star Wars e la F1: la storia della Red Bull al GP di Monte Carlo 2005Lucasfilm e 20th Century Fox presentano ufficialmente Star Wars: Episodio III – La vendetta dei Sith domenica 15 maggio 2005 al Festival di Cannes e decidono di sfruttare il GP di Monte Carlo di F1, in programma il weekend successivo a pochi chilometri di distanza, per promuovere il film.Come? Contattando una giovane e ambiziosa scuderia austriaca, la Red Bull (alla prima stagione nel Circus), e sponsorizzandola per una sola gara attraverso una livrea ispirata alla saga di fantascienza più nota di sempre.Giovedi 19 maggio 2005L’atmosfera al GP di Monte Carlo 2005 – sesta tappa del Mondiale F1 – non è delle più allegre: il principe Ranieri III è scomparso da un mese e per questo motivo la famiglia Grimaldi non si presenta alla corsa. A regalare un tocco di allegria in pista ci pensa la Red Bull, che porta ai box il creatore di Star Wars George Lucas, meccanici vestiti da Stormtrooper e due figuranti: uno vestito da Darth Fener, l’altro da Chewbecca.Il weekend di gara – che non vede al via le BAR, squalificate dopo essere state trovate con un serbatoio nascosto dopo il GP di San Marino – inizia bene per la Red Bull RB1: la prima monoposto realizzata dal team austriaco, dotata di un affidabile motore V10 Cosworth, ottiene il terzo miglior tempo nelle prove libere 1 (con il collaudatore austriaco Christian Klien) e nelle prove libere 2 (con il britannico David Coulthard).Sabato 21 maggio 2005La Red Bull griffata Star Wars inizia il sabato con un incidente: Coulthard, dopo essere stato tamponato da Jacques Villeneuve (Sauber), colpisce a sua volta Ralf Schumacher (Toyota).La situazione migliora nelle qualifiche del GP di Monte Carlo 2005: il driver scozzese conquista il 7° miglior tempo mentre il suo compagno di squadra – il nostro Vitantonio Liuzzi – deve accontentarsi del 12° tempo.In serata al Grimaldi Forum del Principato di Monaco si tiene un party esclusivo organizzato da Lucasfilm e 20th Century Fox preceduto dalla proiezione di Star Wars: Episodio III – La vendetta dei Sith.Domenica 22 maggio 2005La livrea di Star Wars non porta fortuna alle Red Bull durante il GP di Monte Carlo 2005: al 24° giro Coulthard è costretto al ritiro dopo essere stato tamponato da Michael Schumacher mentre alla 59° tornata Liuzzi fora in seguito al contatto con un guard rail.Dopo cinque gare consecutive a punti la Red Bull chiude per la prima volta a quota zero: la corsa viene vinta da Kimi Räikkönen su McLaren mentre si segnala il primo podio in carriera di un certo Mark Webber su Williams.
Fonte
Alfa Romeo, la storia del Biscione in F1
L’Alfa Romeo è un pezzo di storia della F1: la Casa del Biscione ha disputato nove stagioni nel Circus conquistando oltretutto i primi due Mondiali di sempre. Scopriamo insieme l’evoluzione del marchio lombardo nella classe regina del motorsport.Alfa Romeo in F1: 1950L’Alfa Romeo si presenta al via del primo Mondiale F1 della storia, quello del 1950, da favorita dopo i numerosi successi ottenuti nel secondo dopoguerra nella categoria Grand Prix. La vettura scelta per correre – la 158 (nata ufficialmente nel lontano 1938) – monta un eccezionale motore 1.5 sovralimentato a otto cilindri in linea.Nel primo GP di sempre – quello di Gran Bretagna (disputato il 13 maggio a Silverstone) – si assiste ad un dominio del Biscione: le quattro monoposto schierate – guidate dall’argentino Juan Manuel Fangio, dal britannico Reg Parnell e dai nostri Luigi Fagioli e Giuseppe Farina – monopolizzano i primi quattro posti della griglia e il podio vede tre piloti del marchio lombardo: Farina (autore della pole), Fagioli e Parnell.A Monte Carlo Fangio, favorito per il titolo iridato ma fermato in Inghilterra per un perdita d’olio, si riscatta con una vittoria condita da una pole mentre in Svizzera, dopo essere di nuovo partito davanti a tutti, deve ritirarsi nuovamente per un problema al motore e lascia la vittoria a Farina e la seconda piazza a Fagioli.Il duello in casa Alfa Romeo nel Mondiale F1 tra Farina e Fangio prosegue in Belgio con il successo dell’argentino e il secondo posto di Fagioli. Il pilota sudamericano conquista la vetta del campionato vincendo in Francia (con Fagioli ancora secondo) e sfruttando il ritiro per noie meccaniche di Farina.Il titolo Piloti viene deciso nell’ultima gara in Italia: a Monza Fangio ottiene la pole ma si deve ritirare per un problema al cambio e cede la vittoria della corsa (con Fagioli terzo) e del campionato a Farina.F1 1950 – La classifica del Mondiale Piloti
1 GIUSEPPE FARINA (ALFA ROMEO) 30 PUNTI
2 Juan Manuel Fangio (Alfa Romeo) 27 punti
3 Luigi Fagioli (Alfa Romeo) 24 punti
4 Louis Rosier (Talbot Lago) 13 punti
5 Alberto Ascari (Ferrari) 11 punti11 Reg Parnell (Alfa Romeo) 4 puntiAlfa Romeo in F1: 1951L’Alfa Romeo schiera per il Mondiale F1 1951 la 159, un’evoluzione della 158 più potente e con sospensioni posteriori riviste. Fangio, deluso dal titolo perso l’anno prima all’ultima gara, fa subito capire di voler recitare un ruolo da protagonista dominando in Svizzera (pole position e vittoria) lasciando a Farina la terza posizione.Il pilota torinese si riscatta in Belgio salendo sul gradino più alto del podio (Fangio in pole ma 9°) mentre in Francia è Fagioli a trionfare in coppia con il driver sudamericano autore della pole (all’epoca era permesso cambiare guidatore durante un GP: i punti conquistati venivano divisi equamente).Il GP di Gran Bretagna del 1951 è la prima gara europea nella storia della F1 che non viene vinta dall’Alfa Romeo: Fangio, tuttavia, riprende il comando del Mondiale grazie al secondo posto unito al ritiro di Farina. Anche in Germania il pilota argentino deve accontentarsi della seconda piazza ma ha come nuovo rivale Alberto Ascari, al volante di una Ferrari sempre più in forma.In Italia le cose si complicano: l’unico pilota del Biscione a salire sul podio è Felice Bonetto (3°) mentre Fangio (in pole ma frenato da un guasto al motore) è sempre in testa ma con pochi punti di vantaggio su Ascari.Anche il Mondiale F1 1951 si decide all’ultima gara in Spagna: Ascari conquista la pole ma la sua Ferrari consuma troppo gli pneumatici. Fangio ne approfitta per conquistare GP (corredato dal 3° posto di Farina) e titolo iridato.F1 1951 – La classifica del Mondiale Piloti
1 JUAN MANUEL FANGIO (ALFA ROMEO) 31 PUNTI
2 Alberto Ascari (Ferrari) 25 punti
3 José Froilán González (Talbot Lago/Ferrari) 24 punti
4 Giuseppe Farina (Alfa Romeo) 19 punti
5 Luigi Villoresi (Ferrari) 15 punti
8 Felice Bonetto (Alfa Romeo) 7 punti
11 Luigi Fagioli (Alfa Romeo) 4 punti
12 Consalvo Sanesi (Alfa Romeo) 3 punti17 Toulo de Graffenried (Alfa Romeo) 2 puntiIl ritiro e il ritornoAl termine del Mondiale F1 1951 l’Alfa Romeo decide di ritirarsi dal Circus per via dei crescenti costi e della maggiore competitività della Ferrari. Negli anni ’60 e ’70 alcune monoposto montano motori del Biscione ma per vedere la Casa lombarda tornare come costruttrice bisogna attendere il 1979.Alfa Romeo in F1: 1979L’Alfa Romeo che si presenta al via del Mondiale F1 1979 è molto diversa dal Biscione dominatore delle prime due stagioni del Circus. Il team – gestito da Autodelta – schiera la monoposto 177, dotata di un motore 3.0 boxer 12 cilindri aspirato, e la affida inizialmente solo al nostro Bruno Giacomelli.Bisogna attendere il sesto GP della stagione, in Belgio, per vedere scendere finalmente in pista la vettura: a Zolder Giacomelli parte 14° ma si ritira per un incidente. Dopo aver saltato Monte Carlo la Casa lombarda torna in pista in Francia e Bruno taglia per la prima volta il traguardo terminando la corsa in 17° posizione.L’Alfa Romeo si ripresenta nel Mondiale F1 1979 solo nelle ultime tre gare stagionali con la più evoluta 179 ma ottiene come miglior risultato un 12° posto in Italia con la “vecchia” 177 grazie a Vittorio Brambilla.F1 1979 – La classifica del Mondiale Piloti
1 JODY SCHECKTER (FERRARI) 51 PUNTI
2 Gilles Villeneuve (Ferrari) 47 punti
3 Alan Jones (Williams) 40 punti
4 Jacques Laffite (Ligier) 36 punti5 Clay Regazzoni (Williams) 29 puntiF1 1979 – La classifica del Mondiale Costruttori
1 FERRARI 113 PUNTI
2 Williams-Ford Cosworth 75 punti
3 Ligier-Ford Cosworth 61 punti
4 Lotus-Ford Cosworth 39 punti5 Tyrrell-Ford Cosworth 28 puntiAlfa Romeo in F1: 1980Dopo un 1979 di “prova” l’Alfa Romeo affronta tutto il Mondiale F1 1980 con la 179 sperimentata l’anno prima sponsorizzata da Marlboro. L’anno inizia bene in Argentina grazie al quinto posto di Giacomelli che regala al Biscione i primi punti Costruttori della sua storia.Il resto della stagione non è particolarmente entusiasmante: tanti ritiri e un altro quinto posto di Giacomelli (autore, oltretutto, di una pole a sorpresa nell’ultima gara dell’anno negli USA Est) in Germania. L’1 agosto sul circuito di Hockenheim perde la vita il pilota francese Patrick Depailler mentre sta effettuando dei test privati con il Biscione in vista del GP tedesco.F1 1980 – La classifica del Mondiale Piloti
1 ALAN JONES (WILLIAMS) 67 PUNTI
2 Nelson Piquet (Brabham) 54 punti
3 Carlos Reutemann (Williams) 42 punti
4 Jacques Laffite (Ligier) 34 punti
5 Didier Pironi (Ligier) 32 punti18 Bruno Giacomelli (Alfa Romeo) 4 puntiF1 1980 – La classifica del Mondiale Costruttori
1 WILLIAMS-FORD COSWORTH 120 PUNTI
2 Ligier-Ford Cosworth 66 punti
3 Brabham-Ford Cosworth 55 punti
4 Renault 38 punti
5 Lotus-Ford Cosworth 14 punti11 Alfa Romeo 4 puntiAlfa Romeo in F1: 1981Per il Mondiale F1 1981 l’Alfa Romeo schiera una 179 evoluta – la 179C – e arruola un campione del mondo: lo statunitense Mario Andretti. “Piedone” esordisce con un interessante 4° posto negli USA Ovest (piazzamento replicato da Giacomelli in Canada) e porta a casa un podio nell’ultima gara stagionale a Las Vegas (3°). Nelle ultime gare dell’anno debutta la 179D, più bassa rispetto alla C.F1 1981 – La classifica del Mondiale Piloti
1 NELSON PIQUET (BRABHAM) 50 PUNTI
2 Carlos Reutemann (Williams) 49 punti
3 Alan Jones (Williams) 46 punti
4 Jacques Laffite (Ligier) 44 punti
5 Alain Prost (Renault) 43 punti
15 Bruno Giacomelli (Alfa Romeo) 7 punti16 Mario Andretti (Alfa Romeo) 3 puntiF1 1981 – La classifica del Mondiale Costruttori
1 WILLIAMS-FORD COSWORTH 95 PUNTI
2 Brabham-Ford Cosworth 61 punti
3 Renault 54 punti
4 Ligier-Matra 44 punti
5 Ferrari 34 punti9 Alfa Romeo 10 puntiAlfa Romeo in F1: 1982Nel Mondiale F1 1982 l’Alfa Romeo si ritrova senza Andretti, rimpiazzato dal nostro Andrea de Cesaris. Dopo aver corso il primo GP della stagione, in Sudafrica, con la 179D la Casa del Biscione schiera la 182, dotata di un propulsore 3.0 V12.Un’annata contraddistinta da tanti ritiri, da numerosi incidenti e da alcuni exploit di de Cesaris – in pole negli USA Ovest, terzo a Monte Carlo e sesto in Canada – e di Giacomelli, quinto in Germania.F1 1982 – La classifica del Mondiale Piloti
1 KEKE ROSBERG (WILLIAMS) 44 PUNTI
2 Didier Pironi (Ferrari) 39 punti
3 John Watson (McLaren) 39 punti
4 Alain Prost (Renault) 34 punti
5 Niki Lauda (McLaren) 30 punti
17 Andrea de Cesaris (Alfa Romeo) 5 punti22 Bruno Giacomelli (Alfa Romeo) 2 puntiF1 1982 – La classifica del Mondiale Costruttori
1 FERRARI 74 PUNTI
2 McLaren-Ford Cosworth 69 punti
3 Renault 62 punti
4 Williams-Ford Cosworth 58 punti
5 Lotus-Ford Cosworth 30 punti10 Alfa Romeo 7 puntiAlfa Romeo in F1: 1983Nel 1983 l’Alfa Romeo vive il suo miglior Mondiale F1 tra i Costruttori: il 6° posto in campionato arriva grazie ad una monoposto molto valida – la 183T (in pratica una 182 con un nuovo motore 1.5 turbo V8) – progettata dal francese Gérard Ducarouge e alla nuova gestione sportiva del team Euroracing.Una vettura che brilla soprattutto nella seconda metà della stagione e che permette ad Andrea de Cesaris di portare a casa due secondi posti (Germania e Sudafrica), un quarto posto (Europa) e il giro veloce (l’ultimo nella storia del Biscione) in Belgio e alla new-entry Mauro Baldi di ottenere una quinta piazza in Olanda e un 6° posto a Monte Carlo.F1 1983 – La classifica del Mondiale Piloti
1 NELSON PIQUET (BRABHAM) 59 PUNTI
2 Alain Prost (Renault) 57 punti
3 René Arnoux (Ferrari) 49 punti
4 Patrick Tambay (Ferrari) 40 punti
5 Keke Rosberg (Williams) 27 punti
8 Andrea de Cesaris (Alfa Romeo) 15 punti16 Mauro Baldi (Alfa Romeo) 3 puntiF1 1983 – La classifica del Mondiale Costruttori
1 Ferrari 89 punti
2 Renault 79 punti
3 Brabham-BMW 72 punti
4 Williams-Ford Cosworth 36 punti
5 McLaren-Ford Cosworth 34 punti6 Alfa Romeo 18 puntiAlfa Romeo in F1: 1984Nuovo sponsor (Benetton), nuova monoposto (184T, peggiore dell’antenata e troppo assetata di carburante) e nuovi piloti: il nostro Riccardo Patrese e lo statunitense Eddie Cheever. È con queste premesse che l’Alfa Romeo si prepara ad affrontare il Mondiale F1 1984.Una stagione che vede pochi risultati rilevanti del Biscione: Cheever quarto nella gara inaugurale in Brasile e Patrese a punti in tre occasioni (3° in Italia, 4° in Sudafrica e 6° in Europa).F1 1984 – La classifica del Mondiale Piloti
1 NIKI LAUDA (MCLAREN) 72 PUNTI
2 Alain Prost (McLaren) 71,5 punti
3 Elio de Angelis (Lotus) 34 punti
4 Michele Alboreto (Ferrari) 30,5 punti
5 Nelson Piquet (Brabham) 29 punti
13 Riccardo Patrese (Alfa Romeo) 8 punti16 Eddie Cheever (Alfa Romeo) 3 puntiF1 1984 – La classifica del Mondiale Costruttori
1 MCLAREN-TAG PORSCHE 143,5 PUNTI
2 Ferrari 57,5 punti
3 Lotus-Renault 47 punti
4 Brabham-BMW 38 punti
5 Renault 34 punti8 Alfa Romeo 11 puntiAlfa Romeo in F1: 1985Nel 1985 l’Alfa Romeo disputa il suo ultimo Mondiale F1: i piloti sono gli stessi del 1984 ma l’annata si rivela un disastro. Zero punti conquistati e solo tre noni posti ottenuti: due con Patrese (Gran Bretagna ed Europa) e uno con Cheever (USA).F1 1985 – La classifica del Mondiale Piloti
1 ALAIN PROST (MCLAREN) 73 PUNTI
2 Michele Alboreto (Ferrari) 53 punti
3 Keke Rosberg (Williams) 40 punti
4 Ayrton Senna (Lotus) 38 punti5 Elio de Angelis (Lotus) 33 puntiF1 1985 – La classifica del Mondiale Costruttori
1 MCLAREN-TAG PORSCHE 90 PUNTI
2 Ferrari 82 punti
3 Williams-Honda 71 punti
4 Lotus-Renault 71 punti5 Brabham-BMW 26 punti
Fonte
Mahindra CJ (1947): la Jeep indiana
La Mahindra CJ, variante indiana della Jeep CJ, è il modello più importante della Casa asiatica. È soprattutto grazie a questa 4×4 (non chiamatela SUV, potrebbe offendersi) prodotta con numerose modifiche dal 1947 al 2010 che l’azienda di Mumbai è cresciuta fino a diventare una multinazionale (possiede la Ssangyong e la maggioranza di Peugeot Motorcycles).Mahindra CJ (1947): le caratteristiche principaliLa CJ vede la luce insieme alla Mahindra nel 1947, anno in cui due fratelli indiani – J.C. (iniziali di Jagdish Chandra) e K.C. (Kailash Chandra) – importano dagli USA componenti della Jeep CJ per assemblarli in India con la formula CKD (Complete knock-down).Nel 1954 il governo indiano chiede ai due fratelli di incrementare il numero di pezzi “locali” e l’anno seguente inizia la produzione su licenza, nella fabbrica di Bhandup, di CJ più “asiatiche” e meno americane derivate dalla Jeep CJ-3B. La crisi petrolifera degli anni ’70 porta all’introduzione di motori diesel al posto delle più assetate unità a benzina.La Mahindra CJ – disponibile in due varianti (CJ 340 a quattro posti, lunga 3,39 metri, e CJ 540 a sei posti, lunga 3,79 metri) – è una fuoristrada inadatta all’asfalto (dove si rivela lenta ed estremamente rumorosa) ma perfetta in off-road grazie a sospensioni adatte a qualsiasi compito. Meno affidabile di una Jeep originale, ha un abitacolo molto spartano, freni poco potenti e uno sterzo durissimo.Mahindra CJ (1947): la tecnicaLa gamma motori della Mahindra CJ – dotata di trazione integrale (posteriore + anteriore inseribile) – è piuttosto varia ma nel periodo di gloria nel nostro Paese – a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 (tempi d’oro per le 4×4, molto di moda all’epoca) – è stata venduta con un 2.1 diesel di origine Peugeot.Un’unità non molto potente ma ricca di coppia ai bassi regimi (104 Nm) abbinata ad un cambio manuale a quattro marce.Mahindra CJ (1947): le quotazioniLa Mahindra CJ è una fuoristrada adatta esclusivamente ai percorsi più duri: le sue quotazioni sono basse (1.000 euro) ma in realtà è impossibile trovare esemplari ben tenuti a meno di 4.000 euro.Un prezzo a nostro avviso troppo alto per un mezzo che non è altro che una brutta copia – oltretutto meno affidabile – di una Jeep originale.
Fonte
ACM (1988): passaporto italiano, DNA romeno
La ACM, prodotta dal 1988 al 1993, non è altro che una ARO 10 (SUV romena caratterizzata da prezzi contenuti ma anche da una particolare allergia all’affidabilità) rimarchiata, rifinita meglio e assemblata in Abruzzo.ACM (1988): le caratteristiche principaliLa ACM vede la luce nel 1988 quando l’importatore ufficiale italiano della Casa romena ARO decide di costruire nel nostro Paese uno stabilimento per assemblare una versione della 10 più curata nella tecnica e nell’estetica. La location prescelta per la fabbrica si trova in Abruzzo e più precisamente ad Atessa (dove ora vengono prodotte le moto Honda).Lunga meno di quattro metri e dotata di tre porte, è disponibile in tre varianti di carrozzeria: Berlina, Convertibile e Hard-Top. Spaziosa per i passeggeri posteriori (anche se accedere al divano non è semplice) e con un bagagliaio piuttosto ampio, punta sul prezzo basso per sedurre gli appassionati di 4×4 (veicoli parecchio di moda nella seconda metà degli anni ’80) del Bel Paese ma non riesce a scalfire la supremazia delle più affidabili piccole fuoristrada giapponesi.La ACM presenta numerosi difetti: una plancia poco ergonomica, una posizione di seduta troppo bassa, una ridotta altezza da terra che pregiudica le prestazioni in off-road, una leva del cambio tutt’altro che maneggevole e uno sterzo pesantissimo sulle versioni prive di servocomando.Tra le note positive segnaliamo invece le sospensioni morbide che garantiscono un buon comfort su asfalto, le marce ridotte e la trazione integrale (posteriore + anteriore inseribile). Frequenti le rotture della trasmissione e dei semiassi (componenti piuttosto fragili).ACM (1988): la tecnicaIl punto di forza della ACM, venduta dal 1988 al 1993, si trova sotto il cofano: la SUV abruzzese viene lanciata con due motori 1.6 Volkswagen – un benzina da 75 CV e un diesel da 53 CV – affiancati nel 1989 da un turbodiesel, sempre 1.6, da 69 CV.Propulsori eccellenti, più elastici che grintosi, penalizzati esclusivamente dai consumi eccessivi e dalla rumorosità marcata agli alti regimi.ACM (1988): le quotazioniLa ACM – troppo poco robusta per poter competere con le 4×4 rivali – non è interessante come auto d’epoca: i pochi esemplari rimasti sono fragili e complicati da riparare. Le quotazioni molto basse – circa 1.000 euro – non invogliano ad investire su una SUV che non ha lasciato molti bei ricordi ai suoi possessori.
Fonte
John Egan, l’uomo che salvò la Jaguar
Senza John Egan la Jaguar non esisterebbe più: negli anni ’80 questo manager ha risollevato la Casa britannica facendola tornare agli antichi splendori. Scopriamo insieme la sua storia.John Egan, la biografiaJohn Egan nasce il 7 novembre 1939 a Coventry (Regno Unito): dopo aver studiato Ingegneria del Petrolio all’Imperial College di Londra comincia a lavorare in Medio Oriente per la Shell.Successivamente si trasferisce alla AC Delco (azienda statunitense di componentistica auto) e poi nel colosso motoristico britannico British Leyland: qui si occupa della creazione, nel 1974, della sezione Unipart rivolta alla componentistica. Due anni più tardi passa nella società americana di mezzi agricoli Massey Ferguson.L’era JaguarJohn Egan viene nuovamente chiamato dalla British Leyland nel 1980 e nominato amministratore delegato della Jaguar, all’epoca il marchio più in crisi del Gruppo. La situazione è piuttosto critica: conti in rosso, operai in sciopero e lo storico stabilimento di Castle Bromwich sull’orlo della chiusura.Nel giro di pochi anni – soprattutto grazie ad una sapiente gestione dei fornitori – Egan migliora le cose al punto che nel 1984 – anno in cui il pilota britannico Tom Walkinshaw diventa campione europeo turismo al volante di una XJS – la Casa inglese viene scorporata da British Leyland, privatizzata e quotata in Borsa.Nel 1986 debutta la XJ XJ40 e John Egan viene nominato baronetto, due anni più tardi Jaguar torna a conquistare la 24 Ore di Le Mans con una XJR-12 guidata dai britannici Johnny Dumfries e Andy Wallace e dall’olandese Jan Lammers. Un’auto inglese torna al successo nella mitica corsa endurance francese dopo un digiuno di 13 anni.Dopo la JaguarNel 1989 la Jaguar viene venduta alla Ford: Egan, contrario, lascia la società e diventa amministratore delegato della HAA (Heathrow Airport Holdings, l’azienda che gestisce il primo aeroposto d’Europa per traffico passeggeri). Tre anni più tardi viene chiamato a gestire l’ufficio del turismo di Londra e nel 1999 lascia la HAA.John Egan diventa presidente della Confederation of British Industry (l’equivalente britannico della nostra Confindustria) nel 2002, carica che abbandona nel 2004 per diventare amministratore delegato della Severn Trent (specializzata in forniture idriche). Dal 2007 è rettore dell’Università di Coventry.
Fonte
Mercedes 190 SL: sì alla Mille Miglia
La Mercedes 190 SL potrà partecipare d’ora in poi alla Mille Miglia: dopo parecchie ricerche condotte presso gli archivi di Mercedes-Benz Classic la Casa della Stella ha scoperto che la spider tedesca corse la Brescia-Roma-Brescia nel 1956 e potrà quindi prendere parte alle rievocazioni storiche (aperte esclusivamente a veicoli che hanno gareggiato in questa mitica prova tra il 1927 e il 1957).«Siamo lieti di avere un’altra Mercedes-Benz alla Mille Miglia. Ciò significa che un numero ancora maggiore di appassionati del Marchio avranno occasione di partecipare all’evento», ha dichiarato Michael Bock, Responsabile di Mercedes-Benz Classic e del Customer Centre. «Negli ultimi anni la 190 SL ha visto aumentare fortemente le sue quotazioni come vettura da collezione, ed è diventata ricercata tanto quanto altre vetture della storia di Mercedes-Benz».
Fonte
Volkswagen Maggiolino, l’evoluzione del design
La Volkswagen Maggiolino non è una vettura come tutte le altre: la prima generazione è ancora oggi l’auto più venduta di sempre e il suo mito è stato portato avanti dalla seconda serie del 2011 (senza dimenticare l’intermezzo chiamato New Beetle del 1997).Di seguito vi racconteremo l’evoluzione del design della compatta tedesca e di come molte linee create negli anni ’30 siano ancora presenti oggi.Volkswagen Maggiolino prima generazione (1938)Il progetto della prima generazione della Volkswagen Maggiolino inizia nel 1934 quando Adolf Hitler contatta Ferdinand Porsche per commissionargli il progetto di un’auto dal prezzo accessibile in grado di trasportare cinque persone (o tre soldati e un mitragliatore).Il modello di serie – svelato nel 1938 – ha un design molto aerodinamico per l’epoca (“ispirato” alla cecoslovacca Tatra V570 del 1931): la scelta di adottare il motore posteriore consente di avere maggiore libertà di manovra sul frontale e di renderlo più corto.La prima modifica importante di design apportata alla prima generazione della Volkswagen Maggiolino arriva nel 1953 quando l’originale lunotto posteriore in due parti viene rimpiazzato da un vetro in pezzo unico.Cinque anni più tardi i vertici della Casa di Wolfsburg chiedono ad uno stilista d’eccezione – Sergio Pininfarina – consigli su come migliorare l’auto: il designer torinese risponde «È perfetta così, perché volete cambiarla?» e suggerisce solo di allargare il lunotto per incrementare la visibilità.Le superfici vetrate della prima generazione della Volkswagen Maggiolino vengono aumentate ulteriormente nel 1964 mentre tre anni dopo – con l’introduzione di fari anteriori quasi verticali e di paraurti più grandi – l’aerodinamica peggiora.La Maggiolone del 1970 ha un frontale più voluminoso e, di conseguenza, un bagagliaio più ampio. Nel 1972 è la volta della 1303, del volante a quattro razze, del parabrezza più grande e del cruscotto in plastica.Il 1973 è l’anno in cui la prima generazione della Volkswagen Maggiolino si presenta con i fari posteriori più grandi e il parabrezza bombato. Due anni dopo gli indicatori di direzione anteriori vengono spostati sul paraurti.Volkswagen New Beetle (1997)La Volkswagen New Beetle è una reinterpretazione in chiave futuristica della Maggiolino che deriva dalla Concept One mostrata al Salone di Detroit del 1994. Il prototipo piace talmente tanto che la dirigenza del brand tedesco decide di realizzare una versione di serie sfruttando il pianale e i motori della Golf.La compatta teutonica smette di essere l’auto del popolo (ruolo ricoperto proprio dalla Golf) e si trasforma in una vettura modaiola che conserva alcuni elementi stilistici del vecchio Käfer. Due su tutti: i parafanghi sporgenti e, all’interno, il vaso portafiori.Nel 2003 – in concomitanza con il lancio della Volkswagen New Beetle Cabriolet – arrivano le frecce integrate negli specchietti retrovisori mentre il restyling del 2005 porta leggeri cambiamenti ai paraurti e ai gruppi ottici.Volkswagen Maggiolino seconda generazione (2011)La seconda generazione della Volkswagen Maggiolino – disegnata dal nostro Walter de Silva e da Marc Lichte – conserva le proporzioni della storica prima serie, specialmente nella zona posteriore.Rispetto alla New Beetle ha un design più sportivo: merito della riduzione dell’altezza, dell’allungamento del cofano, del parabrezza più arretrato e più verticale e della linea del tetto più piatta e più larga come sulla concept Ragster mostrata al Salone di Detroit 2005.Molti sono gli elementi stilistici della seconda generazione della Volkswagen Maggiolino ispirati al modello originale: fuori spiccano i parafanghi sporgenti, i sottoporta e i proiettori di forma circolare.Dentro troviamo invece il cassetto portaoggetti “a filo” con la plancia situato di fronte al passeggero anteriore e nascosto da uno sportello che si apre verso l’alto tramite una leva argentata, gli strumenti supplementari (optional) posti sopra l’autoradio e il navigatore (indicatore della temperatura dell’olio, cronometro e indicatore della pressione di sovralimentazione), i braccioli sui pannelli porta verniciati in tinta con la carrozzeria e le maniglie sui montanti centrali che facilitano l’uscita dai posti posteriori.Sulla Volkswagen Maggiolino Cabrio seconda generazione – caratterizzata dalla cornice del parabrezza avanzata che non intralcia il guidatore – troviamo invece un omaggio alla New Beetle Cabrio: il roll-bar estraibile composto da due elementi integrati dietro il divano posteriore che fuoriescono quando si supera una determinata accelerazione trasversale o inclinazione.
Fonte
Valentino Rossi in WRC
«Quando finirò di correre con la MotoGP correrò in macchina», ha dichiarato Valentino Rossi dopo il Monza Rally Show. In attesa di vederlo nel WRC ripercorriamo insieme i tre rally iridati da lui disputati nel 2002, nel 2006 e nel 2008.Rally di Gran Bretagna 2002 (14-17 novembre)Dopo alcune apparizioni in gare minori sulle quattro ruote Valentino Rossi – reduce dalla conquista del primo titolo MotoGP della storia nel 2002 con ben quattro corse d’anticipo – decide di cimentarsi in una prova più impegnativa: il Rally di Gran Bretagna valido per il Mondiale.Il campione di Tavullia si presenta all’ultima tappa del WRC 2002 al volante di una Peugeot 206 gestita dal team italiano Grifone e sponsorizzata da Michelin e Total navigato dal fedele Carlo Cassina. Termina la prima prova speciale a Cardiff in 25° posizione ma è costretto al ritiro già in PS2 a causa di un incidente dovuto alla velocità eccessiva.Rally Nuova Zelanda 2006 (17-19 novembre)Dopo aver perso il Mondiale MotoGP 2006 nell’ultimo GP contro Nicky Hayden Valentino Rossi affronta il Rally di Nuova Zelanda, penultima prova del WRC, con una Subaru Impreza dando vita alla migliore gara su quattro ruote – fino a questo momento – della sua carriera.Termina la corsa in undicesima posizione e in tre prove speciali sorprende gli addetti ai lavori ottenendo dei tempi da “top 10”.Rally di Gran Bretagna 2008 (5-7 dicembre)L’ultima apparizione di Valentino Rossi nel WRC è in Gran Bretagna nel 2008: dopo aver ottenuto il sesto Mondiale nella classe regina dominando per l’intera stagione decide di correre su una Ford Focus l’ultima tappa iridata del Mondiale Rally.Dopo una prima giornata di gara contraddistinta da condizioni proibitive risale la classifica guidando in maniera molto razionale e termina in 12° posizione.
Fonte
Porsche 718: la polivalente
La Porsche 718 è una delle auto da corsa più polivalenti della storia: tra la seconda metà degli anni ’50 e la prima dei ’60 questa sportiva tedesca è stata capace di vincere su strada e in pista contro vetture più potenti. Scopriamo insieme l’evoluzione di questo mito del motorsport “made in Germany”.Porsche 718: la storiaLa Porsche 718 nasce ufficialmente nel 1957: non è altro che un’evoluzione della 550A (migliorie alla carrozzeria e alle sospensioni) dotata di un motore 1.5 quattro cilindri boxer da 144 CV.Gli anni ’50La sportiva teutonica debutta in gara il 22 giugno 1957 alla 24 Ore di Le Mans con il tedesco Edgar Barth e il nostro Umberto Maglioli ma per le prime soddisfazioni bisogna attendere l’anno successivo: terzo posto alla 12 Ore di Sebring con lo statunitense Harry Schell e il tedesco Wolfgang Seidel, seconda piazza alla Targa Florio con il francese Jean Behra e il nostro Giorgio Scarlatti, la vittoria alla 3 Ore di Rouen con Behra e il primo podio a Le Mans con Behra e Herrmann terzi sulla Sarthe.Nel 1959 la Porsche 718 chiude in terza posizione la 12 Ore di Sebring con lo svedese Jo Bonnier e il teutonico Wolfgang von Trips, che porta al debutto in F1 la sportiva di Zuffenhausen il 10 maggio in occasione del GP di Monte Carlo. Barth e Seidel salgono sul gradino più del podio della Targa Florio mentre Bonnier e von Trips arrivano secondi al Tourist Trophy.Le grandi vittorie e la F1Nel 1960 nasce la versione RS 60, realizzata per rispettare le nuove regole della federazione internazionale sulle dimensioni del parabrezza dell’abitacolo. Tra le altre novità segnaliamo le sospensioni riviste e l’introduzione di un motore 1.6 da 163 CV.La Porsche 718 RS 60 si rivela un’auto estremamente efficace: vince la 12 Ore di Sebring con il belga Olivier Gendebien e Herrmann (primo storico trionfo della Casa tedesca nella corsa endurance statunitense) e conquista la Targa Florio con il britannico Graham Hill affiancato da Bonnier e Herrmann (che arrivando sesto nel GP d’Italia porta a casa i primi punti in F1) e il campionato europeo montagna tra le sport con lo svizzero Heini Walter.Il 1961 – grazie alla 718 – si rivela il migliore anno in F1 per il marchio di Zuffenhausen: terzo posto nel Mondiale Costruttori e quarta piazza tra i piloti dello statunitense Dan Gurney (secondo in Francia, in Italia e negli USA).Nello stesso anno vedono la luce due evoluzioni della Porsche 718: la RS 61 (praticamente identica alla RS 60) e, soprattutto, la WRS. Quest’ultima monta inizialmente un quattro cilindri, rimpiazzato poco dopo da un otto cilindri boxer da 245 CV derivato da quello della monoposto di F1 804.Gli ultimi anniIl 1962 si apre con il terzo posto a Sebring con una RS 60 guidata da tre “yankee” (Bruce Jennings, Frank Rand e Bill Wuesthoff) e prosegue con la terza piazza alla Targa Florio ottenuta da Bonnier e dal nostro Nino Vaccarella su una GTR (versione coupé derivata dalla RS 61 e dotata di un propulsore a otto cilindri). Segnaliamo anche il terzo posto di Herrmann e Hill con la WRS alla 1.000 km del Nürburgring.Maggiori soddisfazioni per la Porsche 718 arrivano nel 1963 con il trionfo alla Targa Florio di una GTR guidata da Bonnier e dal nostro Carlo Mario Abate e con la conquista del campionato europeo della montagna tra le vetture Sport di Barth con una WRS.
Fonte




