Category Archives: Auto Classiche
e-Car cinesi, svolta nei negoziati con l’Ue: Bruxelles apre agli “impegni sui prezzi”
Pechino parla di “passo pragmatico”: l’Unione Europea pubblicherà un documento guida per consentire agli esportatori di proporre un prezzo minimo in alternativa ai dazi. Ma l’accordo finale non c’è ancora.
Nel braccio di ferro sui dazi alle auto elettriche made in China, arriva un segnale di disgelo. La Cina ha annunciato di aver raggiunto con l’Unione Europea un’intesa sul meccanismo con cui gli esportatori cinesi possono presentare domande di “impegno sui prezzi”: in pratica, proporre condizioni (come un prezzo minimo) che rispondano alle preoccupazioni Ue e che, se accettate, potrebbero diventare un’alternativa ai dazi.
Il punto chiave è procedurale ma non secondario: Bruxelles metterà a disposizione un Documento di orientamento per spiegare come inviare e strutturare queste proposte, con l’obiettivo – nelle parole cinesi – di rendere la valutazione più uniforme e “conforme alle regole del WTO”. Il messaggio politico è chiaro: la trattativa passa dalla contrapposizione allo scambio di carte tecniche, dove si decide cosa è davvero “applicabile” e cosa resta solo teoria.
Dazi ancora in vigore: perché l’Ue valuta il “prezzo minimo”
Il contesto resta quello di una tensione commerciale aperta. L’Ue ha introdotto dazi aggiuntivi sulle e-car prodotte in Cina dopo l’indagine anti-sussidi, con aliquote che si sommano al dazio standard sull’import e che hanno riacceso la frizione con Pechino. In questo scenario, l’ipotesi “impegni sui prezzi” è la via che – almeno sulla carta – può ridurre lo scontro: invece di pagare tariffe più alte, l’esportatore accetta regole stringenti su prezzo e condizioni di vendita, e l’Ue può sospendere o rimodulare l’applicazione del dazio per quel soggetto.
È una strada già discussa negli ultimi mesi, anche su casi specifici: la Commissione europea ha valutato la possibilità di sostituire (almeno per alcune importazioni) i dazi con un meccanismo di prezzo minimo, purché “efficace ed esecutivo”. Ma la soglia è alta: l’Ue vuole strumenti verificabili e controllabili, non una formula aggirabile.
Cosa prevedono gli “impegni”: controlli, canali e paletti
Le linee guida annunciate servono proprio a trasformare un concetto generico in un pacchetto di vincoli concreti. Le indiscrezioni sul contenuto del documento parlano di richieste dettagliate: come definire il prezzo minimo, come indicare modelli e volumi di vendita, come chiarire i canali di distribuzione e come impostare i controlli e il monitoraggio nel tempo. In altre parole: se l’esportatore chiede di evitare (o attenuare) i dazi, deve accettare una “tracciabilità” che consenta a Bruxelles di verificare che le condizioni siano rispettate davvero.
Non è un dettaglio tecnico: è il cuore della credibilità del sistema. Se il prezzo minimo si trasforma in una promessa facile da eludere tra sconti indiretti e triangolazioni commerciali, l’Ue non lo accetterà. Se invece diventa un vincolo robusto, può cambiare gli equilibri per produttori, concessionari e consumatori europei.
Cosa succede adesso: dialogo aperto, ma nessun “fine dei dazi” (per ora)
La Cina presenta l’intesa come un passo verso una soluzione “pragmatica” e come un modo per proteggere la stabilità della filiera automotive globale. Dall’altra parte, Bruxelles tende a raffreddare i toni: la pubblicazione di linee guida non equivale a un accordo politico sui dazi, ma è un passaggio per ordinare la trattativa e mettere le proposte degli esportatori su binari più chiari.
La partita, quindi, resta aperta: il documento può accelerare i negoziati e moltiplicare le richieste di impegno, ma l’esito dipenderà da un punto semplice e durissimo da negoziare: quali prezzi minimi, quali controlli e quali sanzioni in caso di violazione. È lì che si capirà se l’Europa sta davvero aprendo una porta o se sta solo definendo le regole per decidere chi, eventualmente, potrà attraversarla.
L’articolo e-Car cinesi, svolta nei negoziati con l’Ue: Bruxelles apre agli “impegni sui prezzi” proviene da Panorama-auto.it.
Monopattini, arriva la targa: quando scatta davvero l’obbligo e quanto rischi se non ti metti in regola
Il contrassegno adesivo è già previsto, ma manca l’ultimo passaggio operativo: appena parte la piattaforma, scatterà la “conta” dei 60 giorni. E da lì le sanzioni possono diventare pesanti.
L’obbligo della “targa” per i monopattini elettrici (in realtà un contrassegno identificativo) è già scritto nelle regole, ma non è ancora pienamente operativo per un motivo pratico: serve la macchina organizzativa che consenta materialmente di richiederla e rilasciarla. In queste settimane, infatti, la norma sta entrando nella sua fase decisiva: l’impianto è definito, ma manca l’ultimo provvedimento che deve far partire la piattaforma telematica e stabilire nel dettaglio le procedure.
Il punto chiave, per chi usa il monopattino tutti i giorni, è questo: una volta avviato il sistema, non scatterà “domani” il rischio multa, ma partirà una finestra di tempo per mettersi in regola. Le tempistiche che circolano più spesso parlano di due mesi dall’avvio operativo per richiedere il contrassegno. Tradotto (come sottolinea anche alanews.it): quando la piattaforma sarà online, inizierà un vero countdown.
Come sarà la targa adesiva e quanto costerà
Dimentica le targhe di auto e moto: qui si parla di un contrassegno adesivo, pensato per stare su un mezzo piccolo e leggero, ma proprio per questo deve essere applicato in modo corretto e soprattutto ben leggibile. Il formato è quello di una targhetta “compatta” e plastificata, non rimovibile: l’idea è evitare spostamenti, riutilizzi o “giochi” tra mezzi diversi.
Anche il costo è già stato indicato: la cifra base del contrassegno è contenuta, ma al totale possono aggiungersi voci amministrative (come bollo e diritti) a seconda della procedura di rilascio. La richiesta, quando la piattaforma sarà attiva, dovrebbe passare da un iter digitale con pagamento tracciato e possibilità di ritiro tramite Motorizzazione o agenzie abilitate.
Multe e controlli: cosa succede se giri senza contrassegno
Qui arriva la parte che interessa davvero a chi usa il monopattino per lavoro, università o spostamenti quotidiani: se ti fermano senza contrassegno quando l’obbligo sarà effettivo, le sanzioni non saranno “simboliche”. Il range di multa che viene indicato è significativo e può arrivare a qualche centinaio di euro, soprattutto se l’assenza del contrassegno viene equiparata a una violazione piena delle nuove regole.
Attenzione anche a un dettaglio spesso sottovalutato: non basta “averla”, bisogna anche esporla bene. Se la targhetta è messa nel punto sbagliato, non è leggibile o non rispetta le indicazioni, nella pratica rischi di trovarti nella stessa situazione di chi non l’ha proprio richiesta.
Non solo targa: il tema assicurazione e i rischi “a cascata”
Nel pacchetto di nuove regole sui monopattini, il contrassegno non è l’unico tassello: c’è anche il tema della copertura assicurativa, che sta diventando sempre più centrale nella stretta sulla micromobilità. È un passaggio che cambia la “filosofia” del mezzo: da oggetto percepito come leggero e quasi informale, a veicolo con obblighi più simili (per logica) a quelli della circolazione tradizionale.
Il rischio, se si resta indietro, non è solo la sanzione singola: è l’effetto domino. Fermata, contestazione, verbali, possibili problemi in caso di incidente (anche lieve) se non sei perfettamente in regola. Morale: appena il sistema partirà davvero, conviene muoversi subito e non aspettare l’ultimo giorno della finestra.
L’articolo Monopattini, arriva la targa: quando scatta davvero l’obbligo e quanto rischi se non ti metti in regola proviene da Panorama-auto.it.
Ducati-Marquez, paura dopo il mondiale: Dall’Igna teme il peggio
Marc Marquez si è appena laureato campione del mondo in MotoGP. Cosa succede ora? Lo spagnolo resterà alla Ducati? Le ultime.
Domenica scorsa sulla pista di Motegi Marc Marquez si è laureato campione del mondo per la nona volta in carriera – la settima in MotoGP – eguagliando il record di Valentino Rossi. Un titolo che lo spagnolo – dopo i tanti problemi fisici (e non solo) avuti – stava cercando da sei anni. Il passaggio a inizio anno in Ducati e lo straordinario lavoro del Team Lenovo hanno permesso a Marquez di imporsi sulla concorrenza e di conquistare la matematica certezza del titolo con ben cinque gare d’anticipo.
Sono in tanti a chiedersi quale sia il futuro di Marquez. Il contratto che lo lega al team ufficiale Ducati scade alla fine del 2026. Ancora per un anno almeno, quindi, vedremo Marquez a bordo della Ducati ufficiale della casa di Borgo Panigale. La stessa cosa vale anche per Pecco Bagnaia. Il pilota italiano due volte campione del mondo, dopo un’annata difficile, è tornato al successo – sia nella Sprint che nella gara lunga – proprio a Motegi. Un weekend perfetto per la Ducati, con Bagnaia tornato sui suoi livelli e con Marquez ufficialmente campione del mondo.
Ma cosa teme ora Dall’Igna? Che cosa è accaduto alla fine del Gran Premio disputato sulla pista giapponese di Motegi? Ecco tutto quello che c’è da sapere.
Marc Marquez, l’episodio accaduto al termine della gara di Motegi che lo ha consacrato campione del mondo
Il passato di Marc Marquez con la Honda non è stato dimenticato da nessuno. E dopo la conquista del nono titolo, il team ufficiale HRC Honda si è congratulato con il suo ex pilota. Lo spagnolo – dopo 11 stagioni e 6 titoli mondiali con la Honda – aveva lasciato il suo vecchio team nel 2023.

Nell’ultima disastrosa stagione con la Honda, però, era riuscito a salire sul podio – sempre a Motegi – tagliando il traguardo al terzo posto. E, cosa incredibile a dirsi, la Honda è tornata sul podio con il terzo posto di Mir – a due anni di distanza dall’ultima volta – sempre a Motegi e nel giorno della matematica certezza del titolo per Marquez.
Questa la nota via social di HRC Honda: “A volte la palla numero 8 non segna la fine della partita. Congratulazioni da parte di tutti noi della Honda HRC a Marc Marquez e al suo team. È stato un viaggio lungo mille miglia e siamo felici di vederti tornare in cima al mondo con il tuo nono titolo mondiale“.
L’articolo Ducati-Marquez, paura dopo il mondiale: Dall’Igna teme il peggio proviene da Panorama-auto.it.
Maserati è tutto finito, diventa degli arabi. I dettagli della trattativa
Ormai Maserati non naviga in buone acque e l’unico modo per salvarla potrebbe essere drammatico: vendere tutto agli arabi. La trattativa è in corso.
La notizia scuote il mondo dell’automotive italiano: Maserati potrebbe diventare proprietà araba. La storica casa del Tridente, simbolo di eleganza e potenza made in Italy, sembra destinata a lasciare il gruppo Stellantis, in una trattativa che coinvolge anche Alfa Romeo e lo stabilimento di Cassino. Qualcosa sta accadendo davvero, dietro le quinte.
Secondo fonti attendibili e l’esperto giornalista Pierluigi Bonora, alcuni importanti investitori provenienti dagli Emirati Arabi Uniti hanno manifestato un forte interesse per il marchio Maserati. Inizialmente, si parlava solo di un possibile ingresso di Maserati nel gruppo Ferrari, ma questa opzione sembra ormai tramontata definitivamente. A quel punto, Stellantis avrebbe deciso di aprire a una cessione più ampia, proponendo agli investitori un pacchetto che comprenderebbe non solo Maserati ma anche Alfa Romeo e lo stabilimento di Cassino, cuore produttivo della casa del Biscione.
La trattativa appare complessa, con uno “strano” tira e molla in corso: gli investitori emiratini puntano esclusivamente su Maserati, mentre Stellantis insiste per includere nel pacchetto anche Alfa Romeo e Cassino. Un’offerta che, se confermata, porterebbe a un ridisegno epocale del panorama automobilistico italiano, con un marchio storico e un impianto produttivo strategico che passano di mano. Emiliano Perucca Orfei, noto esperto del settore, ha approfondito la questione in un video pubblicato oggi su YouTube, confermando la delicatezza e portata della vicenda.
Una profonda crisi senza fine…
Dietro questa possibile cessione c’è un dato di fatto: Stellantis gestisce ben 14 marchi, un numero giudicato insostenibile da quasi tutti gli analisti di settore. La necessità di razionalizzare il portafoglio brand è ormai un’urgenza, e Maserati e Alfa Romeo sono tra i principali candidati a essere sacrificati. La strategia è chiara: concentrarsi su marchi più redditizi e snellire la struttura.
Le voci su questa maxi-trattativa non sono nuove. Nei mesi scorsi, prestigiosi quotidiani internazionali come il Wall Street Journal e il New York Times avevano già indicato Maserati e Alfa Romeo come possibili “pezzi da scambiare” per garantire la sostenibilità del gruppo.

Il quadro generale di Stellantis in Italia non è confortante. Gli stabilimenti soffrono, tra l’uso persistente di ammortizzatori sociali e un clima di incertezza per i lavoratori. A Cassino, lo stabilimento simbolo per Alfa Romeo, la situazione rimane critica. Il sindacato Fim-Cisl ha annunciato che nei prossimi giorni effettuerà un nuovo monitoraggio della produzione per aggiornare sullo stato del 2025. Questo nonostante i SUV di Alfa Romeo abbiano sanato in parte i bilanci vendendo molto bene.
Le ultime stime indicano che entro fine anno in Italia saranno prodotti circa 440.000 veicoli, suddivisi tra 250.000 automobili e il resto furgoni. Un dato che rappresenta un netto calo rispetto al passato glorioso, quando nel 2017 la produzione superava il milione di unità, ben 1.035.454 vetture Secondo la società di consulenza AlixPartners, questo declino produttivo riflette il fallimento della precedente strategia industriale di Stellantis sotto la guida di Carlos Tavares. La necessità di nuove scelte gestionali e produttive è ormai evidente, non solo per invertire la tendenza negativa ma soprattutto per garantire stabilità occupazionale e competitività sul mercato globale.
L’ipotesi che Maserati, Alfa Romeo e Cassino possano finire sotto controllo emiratino rappresenta un bivio cruciale per il futuro dell’industria automobilistica italiana. Una svolta che scuote le fondamenta di un settore storico, spingendo a riflettere sulle strategie di sviluppo e sulle scelte politiche da adottare per salvaguardare il patrimonio industriale nazionale prima che venga ceduto all’estero come troppo spesso è accaduto in passato.
L’articolo Maserati è tutto finito, diventa degli arabi. I dettagli della trattativa proviene da Panorama-auto.it.
L’ultimo marchio a non produrre SUV si arrende, annunciato il primo di sempre
Questa ambizione si traduce in un impegno per innovare e crescere, puntando non solo a mantenere la leadership nelle supercar biposto.
Dopo anni di resistenza, anche la McLaren, storica casa britannica di supercar, si appresta a entrare nel segmento dei suv di lusso ad alte prestazioni. Il cambiamento di rotta è stato annunciato dal nuovo amministratore delegato Nick Collins, che ha confermato l’arrivo imminente di un modello con più di due posti, un chiaro riferimento a un suv, che sarà il primo di una nuova famiglia di vetture pensate per ampliare l’offerta del marchio.
McLaren cede alla tendenza globale dei suv sportivi
La McLaren era rimasta per lungo tempo l’ultima casa “dura e pura” a non aver ceduto alla tentazione del suv, nonostante il successo di mercato di questa categoria. Prima di lei, altri grandi marchi sportivi come Porsche, Lamborghini, Lotus e perfino Ferrari hanno introdotto modelli di suv ad alte prestazioni, sfruttando l’elevato volume di vendite di questi veicoli per finanziare lo sviluppo delle loro supercar tradizionali.

Il ceo Collins ha spiegato che la scelta di puntare anche su segmenti più ampi e abitabili nasce dalla necessità di “produrre più e meglio”, ampliando la gamma senza però rinunciare all’identità sportiva del marchio. Questo nuovo orientamento si traduce in una strategia più flessibile che consente di conquistare nuovi clienti e mercati, pur mantenendo al centro le prestazioni e la tecnologia distintive della McLaren.
L’ingresso nel segmento suv è parte integrante di un progetto più ampio che vede la McLaren impegnata in una serie di innovazioni tecnologiche e collaborazioni strategiche. In particolare, la recente fusione con la start-up Forseven, specializzata in tecnologie avanzate, rappresenta un tassello fondamentale per lo sviluppo dei futuri modelli.
Inoltre, il fondo d’investimento CYVN Holdings, che detiene la proprietà della McLaren, possiede anche una quota significativa nella casa cinese Nio. Questa partnership potrebbe portare all’adozione di componenti elettrificate e sistemi di ultima generazione sulle vetture britanniche “molto prima di quanto si pensi”, come ha dichiarato il ceo Collins. L’obiettivo è quello di integrare soluzioni innovative per migliorare le prestazioni e la sostenibilità, senza compromettere la sportività.
La strategia di espansione della McLaren non si limita a una semplice diversificazione di prodotto, ma si inserisce in una visione di lungo termine che punta a consolidare la presenza del marchio nel mercato globale delle auto ad alte prestazioni. Collins ha sottolineato più volte come l’azienda voglia costruire un futuro duraturo, con un orizzonte temporale di almeno cinquant’anni, ben oltre i canonici dieci anni di pianificazione.
Questa ambizione si traduce in un impegno a fondo per innovare e crescere, puntando non solo a mantenere la leadership nelle supercar biposto ma anche a offrire una gamma più variegata e accessibile a un pubblico più ampio. La promessa è di proporre modelli sempre più diversi e performanti, capaci di rispondere alle esigenze di un mercato in continua evoluzione.
L’articolo L’ultimo marchio a non produrre SUV si arrende, annunciato il primo di sempre proviene da Panorama-auto.it.
Altro duro colpo per Stellantis e per i lavoratori italiani: sarà dato tutta alla Cina
Stellantis non sta passando affato momenti particolarmente semplici e felici, e anche l’ultima news lo dimostra.
Stellantis, a cavallo tra il 2024 e il 2025, ha vissuto momenti davvero difficili e complicato. Il marchio in questione, infatti, a causa del calo della domanda per le automobili elettriche, si è trovato in grande difficoltà economica.
Proprio per questa ragione, ha preso la decisione di gestire in maniera sostanzialmente diversa le risorse, nel tentativo di rialzare la china e migliorare quella che è una situazione sostanzialmente complessa. E non sembra finita qua.
Nelle ultime ore, infatti, il gruppo automobilistico che fonde FCA e PSA insieme da anni, è finito sotto l’occhio del ciclone per una questione che sta facendo non poco di scutere e parlare gli addetti ai lavori, ma anche tanti lavoratori delusi e affranti. Scopriamo allora di cosa si tratta nello specifico e perché si è venuta a creare una situazione di questo genere.
Stellantis, che beffa: tutto in mano alla Cina
Tanti i lavoratori delusi dalle decisioni di Stellantis negli ultimi anni, e purtroppo le polemiche non sembra proprio che potranno placarsi, considerando l’ultima importante news riguardante il marchio. Dopo lo stop degli stabilimenti italiani a causa della riduzione della domanda, secondo il Financial Times la Gigafactory di Stellantis sarà realizzata a Saragozza in Spagna insieme a CATL e con l’ausilio di 298 milioni di finanziamenti. A operare all’interno di questo progetto, si preparano ben 2.000 addetti direttamente dalla Cina. Una scelta, questa, legata alle differenze di competenze tra i professionisti europei e quelli cinesi.

Appena la produzione sarà avviata, il personale dovrebbe essere principalmente spagnolo. Parliamo di un gruppo di lavoro formato da circa 3.000 persone. Lo stabilimento dovrebbe entrare in produzione entro il 2026, nascendo accanto a uno stabilimento Stellantis presente dagli anni ’80. Si tratta di un movimento cruciale da parte del marchio italofrancese in vista della transizione elettrica. Ed è anche un’azione di grande spessore da parte della Cina, che aumenta considerevolmente in questo modo la dipendenza tecnologica dell’Europa e più in generale dell’occidente nei confronti del Paese di riferimento per il futuro dell’automobile.
Questa decisione è pesante per l’Italia e i lavoratori italiani, considerando che Stellantis ha da poco tempo annunciato lo stop di varie linee di produzione a causa della domanda debole. Inoltre, ha bloccato da tempo il progetto di una gigafactory a Termoli da realizzare insieme a Mercedes e Total. Nulla di fatto, però, con i 400 milioni messi a disposizione dal governo che sono stati ricollocati.
L’articolo Altro duro colpo per Stellantis e per i lavoratori italiani: sarà dato tutta alla Cina proviene da Panorama-auto.it.
Lo scooter 125 del momento costa meno di una e-bike: affare del 2025, spaventa anche Honda
Se cercate uno scooter 125, ce n’è uno che in questo moemnto sta davvero sbaragliando la concorrenza: di quale modello parliamo.
Quando parliamo di scooter, facciamo riferimento a modelli sempre più desiderati e apprezzati. In senso assoluto, viene complicato pensare a uno scooter che almeno una volta nella vita non sia stato provato da qualcuno. Sono quindi mezzi di trasporto ormai entrati da tempo a far parte dell’immaginario collettivo.
Ne esistono di tutti i tipi e dimensioni, e ogni singolo scooter è adatto a un diverso genere di guidatore o guidatrice. Quello di cui abbiamo deciso di parlare all’interno di questo articolo, però, è un 125 che incredibilmente ha un prezzo veramente basso.
Costa infatti meno di una e-bike e potrebbe insidiare marchi più blasonati sul mercato come Honda e Yamaha. Ma di quale modello stiamo parlando e cos’ha di tanto speciale? Non ci resta veramente altro da fare che scoprirlo, dato che proposte di questo genere sono sempre meno diffuse.
Lo scooter 125 del momento: che prezzo
Il marchio che ha realizzato e proposto questo scooter 125 sul mercato si chiama LEM, e ha aggiunto di recente questo 125 alla propria gamma di veicoli. Il nome del veicolo è Coral 125. scooter a ruote alte che magari non rivoluziona niente ma fa tutto davvero bene. Quanto basta per accontentare i guidatori meno esperti e quelli con più anni alle spalle. Il suo obiettivo èrincipale è quello di districarsi al meglio nel traffico, specialmente in città dove parcheggi e viabilità sono uno stress continuo.

A stupire principalmente di questo veicolo è il prezzo di circa 2.000 euro, cifra di vendita davvero molto competitiva. Anche la dotazione è ben fatta, tant’è vero che di serie è disponibile il bauletto, l’accensione keyless e il cruscotto con schermo LCD. Il motore è un monocilindrico 125 Euro 5+ raffreddato ad aria capace di erogare circa 10 cavalli di potenza massima. Si tratta di un propulsore scattante ma non brusco grazie alla presenza del cambio automatico.
Si tratta di un modello molto agile, e in generale per uno scooter da 2.000 euro circa è davvero un gran bell’acquisto. La velocità massima è di 90 chilometri orari, mentre il consumo di carburante si attesta sui 2,6 litri ogni 100 chilometri. Se volete regalarvi un modello agile, scattante, divertente, facile da guidare ed economico, lo scooter 125 che abbiamo visto all’interno di questo articolo può fare davvero al caso vostro. Specialmente se del traffico cittadino ne avete pieni gli scarichi.
L’articolo Lo scooter 125 del momento costa meno di una e-bike: affare del 2025, spaventa anche Honda proviene da Panorama-auto.it.
Aggredito all’autolavaggio, chiede 50 milioni di danni. Una vicenda terribile
Aggredito all’autolavaggio dalle ultime persone da cui se lo sarebbe aspettato. Il calvario di un anziano guidatore.
Un episodio drammatico ha scosso la comunità di una grande città, dove il proprietario di un autolavaggio di 79 anni, cittadino statunitense, ha avviato una causa civile da 50 milioni di dollari contro il governo federale dopo essere stato brutalmente trattenuto e ferito durante un’operazione di polizia.
Rafie Ollah Shouhed, questo il nome dell’anziano imprenditore, ha riportato ferite importanti, tra cui costole rotte e un trauma cranico, a causa della violenza esercitata dagli agenti federali durante il blitz avvenuto il 9 settembre scorso nel suo autolavaggio. Secondo quanto dichiarato dal suo legale, V James DeSimone, l’episodio ha rappresentato una palese violazione dei diritti civili costituzionali e delle normative sulla dignità umana in vigore in California.
Aggredito dalla polizia, il dramma
La ricostruzione dei fatti, avvenuta a Van Nuys in un’area popolata di Los Angeles e basata anche su filmati di sorveglianza, mostra agenti mascherati dell’ICE che hanno spinto con forza Shouhed a terra e successivamente lo hanno immobilizzato con manette, nonostante le sue proteste per condizioni mediche preesistenti, tra cui un recente intervento cardiaco. L’uomo è stato trattenuto per quasi 12 ore senza alcuna accusa formale e senza la possibilità di contattare la famiglia. A seguito del rilascio, è stato necessario il ricovero ospedaliero per le conseguenze della violenta azione, che ha lasciato evidenti lividi e danni fisici.
Questo caso si inserisce in un clima di crescenti tensioni legate alle attività di immigrazione federale negli Stati Uniti, in particolare in California. Dopo la recente decisione della Corte Suprema che ha eliminato alcune restrizioni sulle operazioni di controllo e deportazione, le autorità federali hanno intensificato le retate nelle aree metropolitane, con un aumento significativo degli arresti, che spesso coinvolgono anche cittadini americani.
Il Dipartimento per la Sicurezza Interna o DHS ha annunciato un impegno a “inondare la zona” di Los Angeles con operazioni di controllo, suscitando non poche polemiche e azioni legali da parte di chi ritiene che queste misure violino i diritti costituzionali e sfocino in abusi. Analogamente, altre famiglie hanno denunciato arresti ingiustificati, come il caso di una madre che ha intentato una causa da un milione di dollari per il fermo a pistola puntata della figlia minorenne, cittadina americana.
Le gravi accuse: come hanno risposto
La denuncia presentata da Shouhed coinvolge diverse agenzie federali, tra cui DHS, Customs and Border Protection, ICE e Border Patrol. Le accuse comprendono aggressione fisica, abuso di potere e danni emotivi intenzionali. L’avvocato DeSimone ha sottolineato come il comportamento degli agenti sia stato “senza legge, imprudente e crudele”, mettendo in guardia sull’impatto che simili azioni possono avere sulla comunità e sulla fiducia nelle istituzioni.

Dal canto suo, il DHS ha confermato l’operazione del 9 settembre a Van Nuys, precisando che durante l’intervento sono stati arrestati cinque immigrati senza documenti e che Shouhed è stato fermato per aver “ostacolato l’operazione e aggredito un ufficiale federale”. Tuttavia, egli è stato rilasciato senza alcuna accusa.
In un’intervista a NBC4 Los Angeles, Shouhed ha espresso il proprio stupore e dolore per quanto subito: “Pensavo che questo fosse un paese civile e giusto. Perché mi hanno trattato così?”. Le immagini e le dichiarazioni raccolte dimostrano una forte critica all’operato delle forze di sicurezza, accusate di ricorrere immediatamente alla forza fisica senza tentare di verificare la situazione legale delle persone coinvolte.
Il legale DeSimone ha evidenziato come questo episodio rappresenti un campanello d’allarme per la tutela dei diritti civili negli Stati Uniti, invitando a un controllo più rigoroso sulle modalità operative delle agenzie federali per evitare abusi e violazioni che minacciano le fondamenta della democrazia americana.
L’articolo Aggredito all’autolavaggio, chiede 50 milioni di danni. Una vicenda terribile proviene da Panorama-auto.it.
Verstappen-Ferrari, tutto fatto: tifosi impazziti, è ufficiale
Max Verstappen in Ferrari non è più soltanto un sogno o una fantasia, ma una realtà impossibile da ignorare.
Max Verstappen è un pilota straordinario. Quattro volte campione del mondo di Formula Uno, il fuoriclasse olandese nonostante non abbia ancora trent’anni è già considerato uno dei piloti automobilistici più forti di sempre, considerando la sua fame di vittorie, la sua capacità in fase di sorpasso e in difesa dagli avversari, ma anche per la sua guida aggressiva che spesso gli ha permesso in carriera di raggiungere risultati decisamente eccezionali e ben superiori a quello che la monoposto in un dato momento gli permetteva effettivamente di fare.
Proprio per questo, su di lui gli occhi sono sempre puntati da parte di tifosi e addetti ai lavori, tant’è vero che si è parlato addirittura di un clamoroso approdo in Ferrari o Mercedes negli ultimi tempi. E a proposito di Ferrari, vedere Verstappen alla guida di una vettura del cavallino rampante evidentemente non è più una fantasia.
Verstappen-Ferrari, è davvero possibile: incredibile ma vero
Non in Formula Uno, almeno per il momento, tuttavia Max Verstappen ha guidato una Ferrari in Endurance. facciamo riferimento alla Ferrari 296 GT3, una splendida automobile gestita dal team svizzero Emil Frey racing e caratterizzata dalla livrea Verstappen.com Racing x Red Bull. L’olandese ha vinto anche la 4 Ore del Nurburgring in rosso, se così vogliamo dire, dopo aver terminato le qualifiche al terzo posto e aver detto chiaramente di voler puntare alla vittoria in vista della sua prima gara ufficiale al di fuori delle monoposto.

Ad aver impressionato appassionati e addetti ai lavori, di questa vittoria arrivata in coppia con Chris Lulham, ci ha pensato lo stint iniziale del campione di F1, considerando che grazie a uno spettacolare doppio sorpasso in partenza si è preso immediatamente la leadership di gara e ha costretto tutti a seguire un ritmo di fatto insostenibile per chiunque altro. Dopo 14 giri, aveva fra le mani già un distacco spaventoso di 62 secondi, quindi oltre un minuto di margine su tutti gli altri piloti. Al 15° giro, ha effettuato il cambio con Chris Lulham, e dal quel momento in avanti la gara è stata compeltamente in discesa.
La coppia si è preoccupata esclusivamente di gestire l’enorme vantaggio accumulato, tant’è vero che la macchina vincitrice della corsa ha tagliato il traguardo con oltre 24 secondi di vantaggio sull’auto numero 9, la Ford Mustang-Haupt dell’equipaggio composto da Mardenborough, Fetzer e Scherer. Una prima volta sulla Ferrari che sarà davvero molto difficile da dimenticare. Per Max Verstappen e per tutti coloro che sognano di vederlo un giorno in rosso in F1.
L’articolo Verstappen-Ferrari, tutto fatto: tifosi impazziti, è ufficiale proviene da Panorama-auto.it.
Volkswagen blocca la produzione di auto: la situazione è grave
Volkswagen ha preso una importante decisione riguardo alla produzione di automobili: la situazione è veramente grave.
Volkswagen è un marchio di grandissimo valore per l’Europa e il mondo intero. Sono veramente tante le vetture realizzate dal brand tedesco che hanno fatto la storia non soltanto del marchio, ma anche dell’automobilismo in generale.
Nonostante questo, purtroppo sembra che negli ultimi anni Volkswagen stia vivendo quello che è tranquillamente considerabile un momento molto difficile per l’azienda.
Difficoltà che l’accomunano anche a un altro gruppo automobilistico, ovvero Stellantis e non solo. Criticità che purtroppo non sembrano essere diluite, ma anzi, continuano a dare non pochi problemi alla Volkswagen. E ifnatti, di recente ha deciso di bloccare la produzione di automobili proprio per questo motivo.
Volkswagen blocca la produzione di auto: di cosa si tratta
Volkswagen sembra aver deciso di interrompere la produzione per alcuni giorni negli stabilimenti di Zwickau, Dresda ed Emden. Stiamo parlando di tre stabilimenti che purtroppo sembrano lavorare fin troppo rispetto a quella che è l’effettiva domanda sulle automobili elettriche attualemnte, ovvero molto bassa. Senza contare, poi, i dazi provenienti dagli Stati Uniti e fissati intorno al 15%. Questi due fattori risultano essere determinanti per fermare la produzione fino al 6 ottobre 2025, almeno a Zwickau. Ma cosa viene prodotto di preciso nel luogo che abbiamo appena nominato?

A quanto sembra, sono assemblate l’Audi Q4 e-tron e la ID.3, mentre a Emden sarebbe oggetto di discussione la sospensione delle attività in vista delle prossime settimane. A riportare tale indiscrezione, l’agenzia di stampa DPA. Qui vengono prodotte le Volkswagen ID.4 e ID.7. C’è poi da considerare Osnabruck, altro stabilimento di produzione auto che si occupa della T-Roc cabrio e della Porsche 718. In vista della fine del 2025, si prevede una riduzione della settimana lavorativa di un giorno. In linea generale, quindi, sembra che stiamo parlando di un vero e proprio adattamento di produzione per Volkswagen, che intende sostanzialmente far fronte a quella che è l’attuale domanda da parte dei clienti per veicoli che purtroppo stanno riscontrando non poche difficoltà dal punto di vista delle vendite.
Una modifica che ci fa capire sostanzialmente quanto il segmento delle automobili elettriche sia in enorme difficoltà negli ultimi anni. Difficoltà che costringono anche un gruppo come Volkswagen a ridurre le operazioni produttive, almeno in parte. Difficile dire se e quando qualcosa cambierà in meglio, ma finché l’elettrico non ingrana, è meglio riparare il riparabile e spendere meno soldi possibili. Un problema simile riguarda anche altre società, come abbiamo detto, visto che la crisi della tecnologia a zero emissioni sta colpendo più o meno tutti quanti i costruttori di auto nel mondo.
L’articolo Volkswagen blocca la produzione di auto: la situazione è grave proviene da Panorama-auto.it.




