Stellantis reintroduce i motori diesel sulle auto: “La domanda del mercato ci guida”

Il gruppo automobilistico reintroduce propulsori diesel aggiornati su diversi modelli per rispondere alla domanda europea, puntando su prezzi competitivi e nuove tecnologie

 Stellantis rilancia la sfida nel mercato europeo riportando al centro della sua offerta i motori diesel. Dopo un periodo di forte orientamento verso le motorizzazioni elettriche e ibride, il gruppo automobilistico, nato nel 2021 dalla fusione tra Fiat Chrysler Automobiles e PSA, risponde alle richieste di mercato con un ritorno strategico ai propulsori a gasolio, aggiornati per rispettare le normative ambientali più recenti.

Il ritorno dei motori diesel: una scelta di mercato

Dalla fine del 2025, Stellantis ha iniziato a reintrodurre motorizzazioni diesel su vari modelli in Europa, fra cui spiccano versioni aggiornate di Peugeot 308Opel AstraDS 4, e multispazio come Peugeot RifterCitroën Berlingo e Opel Combo. Come riferisce anche alanews.it, anche i modelli premium come Alfa Romeo Giulia e Tonale, così come la DS7, vedono una nuova vita per i motori a gasolio. La decisione è stata motivata direttamente dal gruppo: «Abbiamo deciso di mantenere i motori diesel nel nostro portafoglio prodotti e, in alcuni casi, di ampliare la nostra offerta di questi propulsori. Ci concentriamo sulla domanda dei nostri clienti».

Questa inversione di rotta è legata anche al rallentamento delle vendite dei veicoli a zero emissioni e alla necessità di contrastare la crescente concorrenza dei marchi cinesi, che puntano prevalentemente su motori ibridi full hybrid o plug-in, settore in cui le case europee tradizionali devono riconquistare terreno.

Impatto sul mercato e dinamiche di vendita

Nonostante il ritorno del diesel da parte di Stellantis, in Italia il mercato delle auto a gasolio continua a contrarsi. I dati dell’Unrae indicano che nel 2025 le immatricolazioni di auto diesel sono scese a 144.757 unità, con un calo del 33,7% rispetto al 2024. La quota di mercato del diesel puro si attesta ora al 9,1%, ma sommando le immatricolazioni di ibride con motore diesel si raggiunge un 15,6%. Questa riduzione è influenzata anche dalla riduzione dell’offerta di modelli diesel, che spinge i clienti verso alternative ibride o benzina.

Nel segmento dei multispazio, la decisione di rimettere in listino motori diesel e benzina ha determinato un sensibile calo dei prezzi: ad esempio, la Citroën Berlingo con motore elettrico parte da 36.940 euro, mentre la versione diesel è disponibile da 24.890 euro. Analogamente, la Peugeot Rifter diesel parte da 27.590 euro, contro i 38.440 euro della versione elettrica.

Stellantis e la strategia di lungo termine

Fondata nel gennaio 2021, con sede legale ad Amsterdam e un fatturato consolidato di oltre 156 miliardi di euro nel 2024, Stellantis guida un portafoglio di quattordici marchi tra cui Abarth, Alfa Romeo, Fiat, Jeep, Maserati, Peugeot e Opel. Il gruppo si caratterizza per una presenza globale in 29 Paesi e per un impegno crescente verso la mobilità sostenibile, pur mantenendo una forte attenzione ai segmenti tradizionali del mercato.

Il ritorno alle motorizzazioni a gasolio rappresenta un equilibrio tra innovazione e rispetto delle preferenze di una fetta significativa di clientela europea, in un contesto di forte competizione internazionale. Stellantis continua a puntare sull’aggiornamento tecnologico dei propulsori diesel, integrandoli con sistemi mild hybrid o plug-in hybrid per migliorare consumi ed emissioni, in linea con le normative ambientali più stringenti.

Con questa strategia, il gruppo cerca di consolidare la propria posizione in un mercato europeo sempre più complesso e competitivo, dove la domanda di veicoli diesel, seppur in contrazione, rimane ancora rilevante per una parte di automobilisti.

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Formula 1, che polemica tra Norris e Verstappen! Cosa è successo?

Durante i test in Bahrain, scintille tra Norris e Verstappen su regolamenti e futuro della F1: ecco cosa è successo

La Formula 1 continua ad animare il dibattito tra i protagonisti in pista, con un acceso scambio di battute tra Lando Norris e Max Verstappen durante la terza giornata di test in Bahrain. Come riferisce anche alanews.it, al centro della polemica ci sarebbero le opinioni contrastanti sull’evoluzione delle monoposto e il modo di affrontare le sfide della stagione in corso.

Norris risponde a Verstappen: “Non sei obbligato a restare”

Lando Norris, pilota McLaren e campione del mondo 2025, ha replicato con toni schietti alle recenti dichiarazioni di Max Verstappen, quattro volte campione del mondo con la Red Bull. L’olandese aveva infatti paragonato la sua vettura Ford-powered Red Bull a una “Formula E sotto steroidi”, sottolineando le difficoltà legate ai nuovi regolamenti.

In risposta, Norris ha dichiarato a Sky Sport: “Se vuole ritirarsi, può farlo. La Formula 1 è in continua evoluzione, a volte va meglio e altre peggio, ma siamo pagati cifre assurde e non ci si può lamentare. Non è obbligato a stare qui.” Il britannico ha poi aggiunto di vedere la situazione come una sfida stimolante, che richiede un diverso approccio alla guida e alla gestione della monoposto. “Personalmente continuo a correre, a viaggiare per il mondo e a divertirmi un sacco,” ha concluso.

Quarta giornata di test in Bahrain e scenario attuale della F1

La sessione odierna ha visto Lewis Hamilton al volante della Ferrari, mentre in pista si sono alternati anche piloti come Oscar Piastri (McLaren), George Russell (Mercedes), Verstappen (Red Bull), Carlos Sainz (Williams), e altri talenti emergenti. Questi test rappresentano il banco di prova per le strategie e le prestazioni in vista delle prossime gare del mondiale.

La stagione 2026 si preannuncia ricca di emozioni, con la rivalità tra i top driver e le scuderie che si contendono la supremazia, in un campionato sempre più competitivo e imprevedibile.

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Auto in Europa nel 2025: le ibride sorpassano la benzina e cambiano il mercato

Nel 2025 le immatricolazioni in Europa tornano a crescere: Spagna e Regno Unito trainano, mentre le ibride diventano la prima scelta. Ecco cosa dicono i numeri su alimentazioni, modelli più venduti e trend (SUV in testa).

Il 2025 chiude con un segno “più” per il mercato europeo dell’auto, ma non in modo uniforme. A spingere le immatricolazioni, come sottolinea anche alanews.it, sono soprattutto Spagna e Regno Unito, che compensano le frenate di altri Paesi chiave. Il risultato è un continente in cui la domanda resta presente, ma si orienta sempre più verso scelte considerate “di transizione”: auto elettrificate, costi di gestione più prevedibili e modelli versatili, spesso con assetto da SUV o crossover.

Sul fronte industriale, la fotografia del 2025 conferma un mercato in movimento: i grandi gruppi continuano a fare massa critica, mentre alcuni brand emergenti accelerano (soprattutto lato elettrico) e altri rallentano, anche per effetto di cicli di prodotto e strategie di prezzo.

Ibride davanti a tutti: perché hanno superato la benzina

Il dato simbolo del 2025 è il sorpasso: le ibride (mild e full) diventano la prima alimentazione in Europa, davanti alla benzina. È un passaggio chiave perché racconta un cambio di mentalità: molti automobilisti vogliono consumi più bassi e un “assaggio” di elettrificazione, senza cambiare abitudini (ricarica, infrastrutture, tempi).

Parallelamente, l’elettrico puro continua a crescere e consolida la sua quota, mentre diesel e benzina arretrano rispetto agli anni in cui dominavano. In pratica: il mercato non sta scegliendo una sola strada, ma sta spostando il baricentro verso l’elettrificato, con l’ibrido come soluzione-ponte più semplice da adottare.

I modelli più venduti: Sandero e Clio in alto, SUV sempre più centrali

Anche la classifica dei modelli aiuta a capire le tendenze. In cima restano auto “razionali”, con un posizionamento prezzo/valore molto forte, ma nella top list cresce il peso di SUV e crossover: più spazio, più comfort, più “auto unica” per famiglia. È una dinamica ormai strutturale: molte case stanno spostando l’offerta verso queste carrozzerie e il mercato risponde.

Non a caso, tra i best seller europei del 2025 compaiono stabilmente modelli che interpretano il concetto di compatta rialzata: è lì che oggi si gioca una fetta enorme della partita, sia nei volumi sia nei margini.

Focus Italia: Panda sempre regina, e l’ibrido domina le scelte

In Italia la Fiat Panda resta il riferimento assoluto e continua a guidare le classifiche, davanti a un gruppo di modelli che mescolano convenienza e praticità: Sandero e Avenger su tutti. Il quadro delle alimentazioni, invece, racconta un Paese ancora molto orientato all’ibrido (mild/full), con benzina e diesel più indietro rispetto al passato e un elettrico che cresce soprattutto quando il mercato viene “spinto” da incentivi e finestre commerciali favorevoli.

Il messaggio, per chi osserva il 2026, è chiaro: l’Europa sta già cambiando pelle. E lo sta facendo non solo con l’elettrico, ma soprattutto con l’ibrido e con una domanda sempre più spostata su SUV e crossover.

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Non è Roma: nel 2025 il traffico “record” è a Palermo (e Milano resta in scia)

Il nuovo Traffic Index di TomTom ribalta la classifica: Palermo guida per congestione davanti a Milano e Catania. Ecco cosa significano davvero le percentuali e quante ore “spariscono” in coda.

Nel dibattito sul traffico italiano, Roma finisce spesso sul banco degli imputati per riflesso automatico. Nel 2025, però, a prendersi il primato meno desiderabile è Palermo: la congestione media registrata da TomTom la colloca in cima alla classifica nazionale, davanti a Milano e Catania. Tradotto in parole non tecniche: in condizioni di traffico “reale”, i tempi di percorrenza crescono in modo consistente rispetto a un tragitto a scorrimento libero.

Le percentuali dell’indice non indicano “quante auto ci sono”, ma quanto il traffico allunga i tempi. È un dettaglio importante, come evidenziato da alanews.it: un percorso da 30 minuti, con una congestione intorno al 50%, può facilmente trasformarsi in un viaggio da 45 minuti (o peggio) nelle fasce più critiche. E quando questo effetto si ripete ogni giorno, il conto arriva puntuale.

Milano subito dietro: la città dove in 15 minuti fai meno strada

Se Palermo guida per congestione media, Milano resta la grande capitale delle code “operative”: quella dove il traffico incide in modo pesantissimo sulla routine quotidiana, tra spostamenti casa-lavoro, tangenziali, nodi di interscambio e una domanda di mobilità altissima.

C’è un dato che rende bene l’idea: la distanza percorribile in 15 minuti nei momenti di maggiore congestione. Nelle ore peggiori, Milano diventa una città “corta”, dove anche pochi chilometri possono richiedere un’eternità. È la fotografia di un sistema urbano stressato: non solo dal numero di veicoli, ma dalla densità, dai cantieri, dagli incroci, dalle strozzature infrastrutturali e dalla pressione costante sugli stessi assi viari.

Ore perse in coda: il costo invisibile che paghiamo tutti

La congestione non è solo nervi a fior di pelle e clacson: è tempo sottratto alla vita. TomTom stima quante ore, in un anno, un automobilista medio finisce per “regalare” al traffico. E qui la classifica diventa ancora più concreta: non parliamo più di sensazioni, ma di giornate intere che evaporano tra semafori e rallentamenti.

Questo costo invisibile pesa su tutto: produttività, qualità della vita, consumi (carburante e usura), ma anche sicurezza stradale. Perché quando i tempi si allungano, aumenta la fretta, e con la fretta cresce la probabilità di errori. È il classico circolo vizioso urbano: più congestione, più stress, più comportamenti impulsivi.

Perché non è (solo) un problema del Sud o delle “solite città”

La parte più interessante della classifica è che racconta un’Italia trasversale: il traffico è un tema nazionale, non un difetto localizzato. Palermo, Milano e Catania aprono il gruppo, ma subito dietro si muovono altre grandi città con valori ravvicinati, segno che la congestione è diventata strutturale.

E qui la domanda smette di essere “chi sta peggio?” e diventa “cosa funziona davvero?”. Potenziamento del trasporto pubblico, gestione intelligente dei flussi, interventi sulle arterie critiche, orari più flessibili e servizi che riducano gli spostamenti obbligati: la risposta non è una sola. Ma i numeri del Traffic Index dicono una cosa chiara: il traffico non è più rumore di fondo. È una variabile che ridisegna le città.

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RC Auto, cambiano le regole: cosa prevede il decreto UE e cosa fare nel 2026

Dal concetto di “uso del veicolo” alle eccezioni per mezzi non idonei e rottami, fino alla sospensione dell’obbligo: ecco cosa cambia (davvero) per automobilisti e assicurazioni.

Il quadro della RC Auto in Italia si sta aggiornando per recepire la direttiva UE 2021/2118, che punta a rendere più omogenee le regole tra Paesi europei e a rafforzare la tutela dei danneggiati. In concreto, le novità non riguardano solo “quanto” e “come” si assicura un veicolo, ma soprattutto quando scatta l’obbligo: il focus si sposta dalla sola circolazione su strada pubblica a una nozione più ampia legata all’uso del veicolo come mezzo di trasporto.
Negli ultimi mesi, inoltre, sono arrivati chiarimenti e integrazioni per ridurre le zone grigie (ad esempio sui veicoli realmente inutilizzabili e su alcuni casi tipici che avevano acceso dubbi tra automobilisti e compagnie).

Obbligo RC Auto: quando vale anche se l’auto è ferma

La novità più “pratica” per chi guida (e per chi tiene l’auto ferma a lungo) è che l’obbligo assicurativo viene legato all’uso del veicolo come mezzo di trasporto al momento dell’incidente e si applica anche se il mezzo è fermo, indipendentemente dal terreno su cui si trova e anche se è in un’area con accesso limitato.
Tradotto: non è più sufficiente ragionare solo in termini di “sto circolando / non sto circolando”. Il punto diventa: il veicolo è un mezzo di trasporto e può generare un rischio verso terzi? Se sì, l’impianto normativo tende a richiedere copertura, anche in situazioni che prima venivano percepite come “fuori radar” (ad esempio sosta prolungata, aree private, spazi con accesso ristretto).

Deroghe e sospensione: quando puoi evitare (o fermare) l’obbligo

Qui entra la parte che interessa moltissimo chi ha seconde auto, camper, moto “stagionali” o mezzi tenuti fermi per lunghi periodi.

Le eccezioni principali si concentrano su tre scenari:

  • veicoli formalmente ritirati dalla circolazione o con uso vietato dall’autorità (anche temporaneamente);

  • veicoli non idonei all’uso come mezzo di trasporto (il tema tipico: rottami, mezzi privi di componenti essenziali, condizioni che li rendono di fatto non utilizzabili come veicoli);

  • sospensione volontaria dell’utilizzo, attivabile con una comunicazione formale all’impresa assicurativa.

Ed è proprio la sospensione a diventare la “valvola” più utile per molti: può essere prorogata più volte, ma ha un tetto complessivo (fino a 10 mesi rispetto all’annualità; fino a 11 mesi per i veicoli di interesse storico/collezionistico). Attenzione però: sospendere non significa “uso quando mi pare”. Se il veicolo viene rimesso su strada (o comunque utilizzato) mentre la sospensione è attiva, il rischio è di trovarsi di fatto scoperti.

Massimali, tutele e strumenti di trasparenza: cosa cambia per davvero per gli automobilisti

Oltre a “quando” scatta l’obbligo, il recepimento UE consolida anche aspetti che impattano sulla tutela di chi subisce un danno, a partire dai massimali minimi di copertura e dal loro meccanismo di aggiornamento nel tempo.
Sul fronte “mercato”, vengono ribaditi (e rafforzati) strumenti di trasparenza come il comparatore pubblico Preventivass, pensato per confrontare prezzi e condizioni della RC Auto in modo indipendente, e si interviene sul perimetro delle competenze regolatorie e delle banche dati di settore, con l’obiettivo di rendere più tracciabili rischi, sinistri e comportamenti anomali.

In pratica: cosa controllare adesso

Se vuoi muoverti con criterio, le tre verifiche più utili sono semplici: controlla se la tua compagnia prevede (e come gestisce) la sospensione, chiarisci se il tuo veicolo rientra in casi “non idonei” solo di fatto o anche formalmente (qui contano le procedure), e confronta condizioni e franchigie, non solo il prezzo, usando strumenti pubblici o comparatori affidabili. È il modo più rapido per capire se le nuove regole cambiano qualcosa per te… prima che lo faccia un controllo o un sinistro.

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e-Car cinesi, svolta nei negoziati con l’Ue: Bruxelles apre agli “impegni sui prezzi”

Pechino parla di “passo pragmatico”: l’Unione Europea pubblicherà un documento guida per consentire agli esportatori di proporre un prezzo minimo in alternativa ai dazi. Ma l’accordo finale non c’è ancora.

Nel braccio di ferro sui dazi alle auto elettriche made in China, arriva un segnale di disgelo. La Cina ha annunciato di aver raggiunto con l’Unione Europea un’intesa sul meccanismo con cui gli esportatori cinesi possono presentare domande di “impegno sui prezzi”: in pratica, proporre condizioni (come un prezzo minimo) che rispondano alle preoccupazioni Ue e che, se accettate, potrebbero diventare un’alternativa ai dazi.

Il punto chiave è procedurale ma non secondario: Bruxelles metterà a disposizione un Documento di orientamento per spiegare come inviare e strutturare queste proposte, con l’obiettivo – nelle parole cinesi – di rendere la valutazione più uniforme e “conforme alle regole del WTO”. Il messaggio politico è chiaro: la trattativa passa dalla contrapposizione allo scambio di carte tecniche, dove si decide cosa è davvero “applicabile” e cosa resta solo teoria.

Dazi ancora in vigore: perché l’Ue valuta il “prezzo minimo”

Il contesto resta quello di una tensione commerciale aperta. L’Ue ha introdotto dazi aggiuntivi sulle e-car prodotte in Cina dopo l’indagine anti-sussidi, con aliquote che si sommano al dazio standard sull’import e che hanno riacceso la frizione con Pechino. In questo scenario, l’ipotesi “impegni sui prezzi” è la via che – almeno sulla carta – può ridurre lo scontro: invece di pagare tariffe più alte, l’esportatore accetta regole stringenti su prezzo e condizioni di vendita, e l’Ue può sospendere o rimodulare l’applicazione del dazio per quel soggetto.

È una strada già discussa negli ultimi mesi, anche su casi specifici: la Commissione europea ha valutato la possibilità di sostituire (almeno per alcune importazioni) i dazi con un meccanismo di prezzo minimo, purché “efficace ed esecutivo”. Ma la soglia è alta: l’Ue vuole strumenti verificabili e controllabili, non una formula aggirabile.

Cosa prevedono gli “impegni”: controlli, canali e paletti

Le linee guida annunciate servono proprio a trasformare un concetto generico in un pacchetto di vincoli concreti. Le indiscrezioni sul contenuto del documento parlano di richieste dettagliate: come definire il prezzo minimo, come indicare modelli e volumi di vendita, come chiarire i canali di distribuzione e come impostare i controlli e il monitoraggio nel tempo. In altre parole: se l’esportatore chiede di evitare (o attenuare) i dazi, deve accettare una “tracciabilità” che consenta a Bruxelles di verificare che le condizioni siano rispettate davvero.

Non è un dettaglio tecnico: è il cuore della credibilità del sistema. Se il prezzo minimo si trasforma in una promessa facile da eludere tra sconti indiretti e triangolazioni commerciali, l’Ue non lo accetterà. Se invece diventa un vincolo robusto, può cambiare gli equilibri per produttori, concessionari e consumatori europei.

Cosa succede adesso: dialogo aperto, ma nessun “fine dei dazi” (per ora)

La Cina presenta l’intesa come un passo verso una soluzione “pragmatica” e come un modo per proteggere la stabilità della filiera automotive globale. Dall’altra parte, Bruxelles tende a raffreddare i toni: la pubblicazione di linee guida non equivale a un accordo politico sui dazi, ma è un passaggio per ordinare la trattativa e mettere le proposte degli esportatori su binari più chiari.

La partita, quindi, resta aperta: il documento può accelerare i negoziati e moltiplicare le richieste di impegno, ma l’esito dipenderà da un punto semplice e durissimo da negoziare: quali prezzi minimi, quali controlli e quali sanzioni in caso di violazione. È lì che si capirà se l’Europa sta davvero aprendo una porta o se sta solo definendo le regole per decidere chi, eventualmente, potrà attraversarla.

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Monopattini, arriva la targa: quando scatta davvero l’obbligo e quanto rischi se non ti metti in regola

Il contrassegno adesivo è già previsto, ma manca l’ultimo passaggio operativo: appena parte la piattaforma, scatterà la “conta” dei 60 giorni. E da lì le sanzioni possono diventare pesanti.

L’obbligo della “targa” per i monopattini elettrici (in realtà un contrassegno identificativo) è già scritto nelle regole, ma non è ancora pienamente operativo per un motivo pratico: serve la macchina organizzativa che consenta materialmente di richiederla e rilasciarla. In queste settimane, infatti, la norma sta entrando nella sua fase decisiva: l’impianto è definito, ma manca l’ultimo provvedimento che deve far partire la piattaforma telematica e stabilire nel dettaglio le procedure.

Il punto chiave, per chi usa il monopattino tutti i giorni, è questo: una volta avviato il sistema, non scatterà “domani” il rischio multa, ma partirà una finestra di tempo per mettersi in regola. Le tempistiche che circolano più spesso parlano di due mesi dall’avvio operativo per richiedere il contrassegno. Tradotto (come sottolinea anche alanews.it): quando la piattaforma sarà online, inizierà un vero countdown.

Come sarà la targa adesiva e quanto costerà

Dimentica le targhe di auto e moto: qui si parla di un contrassegno adesivo, pensato per stare su un mezzo piccolo e leggero, ma proprio per questo deve essere applicato in modo corretto e soprattutto ben leggibile. Il formato è quello di una targhetta “compatta” e plastificata, non rimovibile: l’idea è evitare spostamenti, riutilizzi o “giochi” tra mezzi diversi.

Anche il costo è già stato indicato: la cifra base del contrassegno è contenuta, ma al totale possono aggiungersi voci amministrative (come bollo e diritti) a seconda della procedura di rilascio. La richiesta, quando la piattaforma sarà attiva, dovrebbe passare da un iter digitale con pagamento tracciato e possibilità di ritiro tramite Motorizzazione o agenzie abilitate.

Multe e controlli: cosa succede se giri senza contrassegno

Qui arriva la parte che interessa davvero a chi usa il monopattino per lavoro, università o spostamenti quotidiani: se ti fermano senza contrassegno quando l’obbligo sarà effettivo, le sanzioni non saranno “simboliche”. Il range di multa che viene indicato è significativo e può arrivare a qualche centinaio di euro, soprattutto se l’assenza del contrassegno viene equiparata a una violazione piena delle nuove regole.

Attenzione anche a un dettaglio spesso sottovalutato: non basta “averla”, bisogna anche esporla bene. Se la targhetta è messa nel punto sbagliato, non è leggibile o non rispetta le indicazioni, nella pratica rischi di trovarti nella stessa situazione di chi non l’ha proprio richiesta.

Non solo targa: il tema assicurazione e i rischi “a cascata”

Nel pacchetto di nuove regole sui monopattini, il contrassegno non è l’unico tassello: c’è anche il tema della copertura assicurativa, che sta diventando sempre più centrale nella stretta sulla micromobilità. È un passaggio che cambia la “filosofia” del mezzo: da oggetto percepito come leggero e quasi informale, a veicolo con obblighi più simili (per logica) a quelli della circolazione tradizionale.

Il rischio, se si resta indietro, non è solo la sanzione singola: è l’effetto domino. Fermata, contestazione, verbali, possibili problemi in caso di incidente (anche lieve) se non sei perfettamente in regola. Morale: appena il sistema partirà davvero, conviene muoversi subito e non aspettare l’ultimo giorno della finestra.

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Stop ai motori termici dal 2035, l’Ue frena: in arrivo deroghe e nuove regole per l’auto

Bruxelles prepara una svolta sulle emissioni: più flessibilità per benzina e diesel, incentivi all’elettrico europeo e sostegno alle batterie

Lo stop totale ai motori termici dal 2035 non è più un tabù intoccabile. L’Unione europea si prepara a rivedere uno dei pilastri più discussi del Green Deal, aprendo a deroghe, flessibilità tecnologica e nuove strategie industriali per il settore automotive. Dopo mesi di pressioni da parte dei costruttori e di diversi governi nazionali, la Commissione guidata da Ursula von der Leyen, come si legge anche su alanews.it, è pronta a correggere la rotta.

La svolta di Bruxelles: addio allo stop totale

Il punto centrale della revisione riguarda l’obiettivo di eliminare completamente la vendita di auto con motori a combustione interna entro il 2035. La nuova proposta, in fase di finalizzazione a Palazzo Berlaymont, prevede che le case automobilistiche possano continuare a vendere una quota limitata di veicoli termici, purché l’impatto complessivo sulle emissioni resti sotto una soglia definita.

In concreto, il target di riduzione delle emissioni di CO₂ passerebbe dal 100% al 90%, lasciando spazio a un 10% di flessibilità. Questo margine consentirebbe la sopravvivenza sul mercato di soluzioni alternative all’elettrico puro, come ibride plug-in, range extender, biocarburanti ed e-fuel, tecnologie sostenute in particolare da Germania e Italia.

Motori termici sì, ma a condizioni più stringenti

La marcia indietro non equivale a un “liberi tutti”. Bruxelles starebbe valutando criteri ambientali più severi anche per i motori a combustione ammessi dopo il 2035. Tra le ipotesi sul tavolo c’è l’obbligo di utilizzare acciaio verde e processi produttivi a basse emissioni, per ridurre l’impatto ambientale lungo l’intero ciclo di vita del veicolo.

L’obiettivo è chiaro: non rinunciare alla decarbonizzazione, ma evitare uno shock industriale che rischierebbe di penalizzare l’industria europea rispetto alla concorrenza asiatica e americana.

Batterie europee e incentivi: il pacchetto di sostegno

La revisione delle regole sulle emissioni sarà accompagnata da un robusto pacchetto industriale. La Commissione europea è pronta a mettere sul piatto 1,8 miliardi di euro per sostenere la filiera delle batterie “made in Europe”, considerata strategica per ridurre la dipendenza dalla Cina.

Accanto ai fondi, sono previste semplificazioni normative per l’intero comparto automotive e nuovi incentivi per accelerare l’elettrificazione delle flotte aziendali, che oggi rappresentano circa il 60% del parco auto europeo. Un segmento cruciale per orientare il mercato e rendere sostenibile la transizione.

Piccole elettriche a basso costo e supercrediti

Uno dei nodi principali resta il prezzo delle auto elettriche. Bruxelles punta a favorire la nascita di una nuova generazione di citycar elettriche europee con prezzi compresi tra i 15 e i 20 mila euro. Questi modelli beneficeranno di regole più flessibili e di incentivi mirati.

Per spingere i costruttori in questa direzione, la Commissione introdurrà un sistema di “supercrediti”, che permetterà di conteggiare queste auto con un peso maggiore nel calcolo delle emissioni medie di flotta. Una leva tecnica pensata per rendere l’elettrico economicamente sostenibile anche nei segmenti più popolari.

Divisioni politiche in Europa

La svolta non mette tutti d’accordo. Germania, Italia e diversi Paesi dell’Est hanno spinto per una revisione degli obiettivi, giudicati irrealistici nei tempi e nei costi. Più rigida la posizione di Spagna e Francia, che continuano a difendere l’impostazione originaria basata sull’elettrico puro.

Secondo Manfred Weber, leader del Partito Popolare Europeo, la nuova linea serve a mantenere “tutte le tecnologie sul tavolo”, evitando di sacrificare competitività e occupazione.

Un compromesso tra clima e industria

Anche l’ACEA, l’associazione europea dei costruttori, ha accolto positivamente la revisione, definendola un primo passo per rendere più realistici gli obiettivi del 2030 e del 2035. Il messaggio che arriva da Bruxelles è chiaro: la transizione ecologica resta una priorità, ma senza ignorare i limiti industriali e sociali.

Il futuro dell’auto europea non sarà fatto di un’unica tecnologia, ma di un equilibrio complesso tra elettrico, innovazione e soluzioni alternative. E il 2035, da scadenza rigida, sembra destinato a diventare una tappa negoziabile, non più un muro invalicabile.

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Autovelox, pubblicato l’elenco ufficiale dei dispositivi autorizzati: ecco dove sono attivi

Il MIT aggiorna la lista nazionale degli autovelox omologati: solo i dispositivi registrati possono emettere multe valide

La mappa degli autovelox italiani è finalmente nero su bianco. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, come riferisce anche alanews.it nel suo articolo di approfondimento, ha pubblicato online l’elenco ufficiale dei dispositivi autorizzati, un passaggio decisivo per mettere ordine nel sistema dei controlli di velocità e garantire regole più trasparenti agli automobilisti.

La registrazione alla piattaforma del MIT era obbligatoria entro il 28 novembre 2025, data entro la quale Comuni, Province e altri enti dovevano indicare i dettagli tecnici di ogni apparecchio. È una rivoluzione silenziosa ma fondamentale: chi non è in lista non può elevare multe. Le sanzioni emesse con dispositivi non censiti sono da considerarsi nulle.

Come funziona la nuova piattaforma del MIT e cosa cambia per gli automobilisti

Il portale dedicato raccoglie tutte le informazioni necessarie per verificare la regolarità degli strumenti utilizzati sul territorio. Ogni autovelox deve essere registrato con marca, modello, matricola, ubicazione precisa e documento di omologazione. Una mancanza anche minima può invalidare le sanzioni.

Il decreto direttoriale n. 367 del 29 settembre 2025 ha reso la pubblicazione della lista obbligatoria e continua: il database sarà aggiornato in modo progressivo, così da evitare zone d’ombra o apparecchi “fantasma”.

Secondo i dati preliminari di ASAPS, i dispositivi attivi nel 2025 sono 3.625, tra autovelox fissi, mobili e in movimento. La distribuzione riflette un Paese a più velocità: Milano guida la classifica con 134 apparecchi, seguita da Torino (116) e Roma (115), mentre Napoli ne conta appena 8.

La Polizia Stradale gestisce 586 strumenti, compresi i sofisticati Tutor 3.0 e SICVe utilizzati per la velocità media; i Carabinieri, invece, sono responsabili di un solo dispositivo registrato.

Omologazione, controlli e ricorsi: la giungla normativa che riguarda gli autovelox

Il tema dell’omologazione resta centrale. La Corte di Cassazione, con una sentenza del 2024, ha stabilito che le multe sono valide solo se emesse tramite dispositivi omologati, e non semplicemente approvati. Il Ministero ritiene la distinzione in parte formale e invita i prefetti a respingere i ricorsi su questo punto, ma molti esperti legali suggeriscono comunque di contestare le sanzioni dubbie, confidando nella giurisprudenza consolidata.

Nel frattempo la Polizia di Stato continua ad aggiornare settimanalmente le postazioni in cui sono attivi controlli di velocità, sia fissi che mobili, dai classici autovelox alle pistole Telelaser e TruCAM, passando per i Tutor sulle arterie autostradali. Un monitoraggio costante che mira non a fare cassa, ma a ridurre gli incidenti causati dall’eccesso di velocità.

Dove consultare l’elenco completo: il portale ufficiale del MIT

Per verificare se un autovelox è autorizzato — e quindi se una multa è davvero valida — gli automobilisti possono consultare in qualsiasi momento il database ufficiale del MIT all’indirizzo:

https://velox.mit.gov.it/dispositivi

È uno strumento pensato per tutelare i cittadini, garantire uniformità nei controlli e mettere definitivamente fine ai dubbi sulla regolarità dei dispositivi.
La trasparenza, questa volta, passa davvero per il digitale.

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Auto elettriche, superata quota 70mila colonnine: ecco le Regioni e le città più avanti nella ricarica

La rete cresce a ritmo record, ma il settore chiede regole più semplici e una strategia nazionale davvero all’altezza della transizione elettrica

Il nuovo report trimestrale di Motus-E certifica un passaggio chiave per l’e-mobility italiana: al 30 settembre 2025 i punti di ricarica pubblici sono arrivati a 70.272, con 2.711 nuove installazioni solo nell’ultimo trimestre e quasi 10mila in un anno. Numeri importanti, come riferisce anche alanews.it nel suo approfondimento, che raccontano una rete in espansione e un mercato che, nonostante freni strutturali, prova finalmente a correre.

Sull’autostrada la fotografia è ancora più indicativa: 1.274 punti di ricarica complessivi e l’86% in corrente continua. Addirittura il 63% supera i 150 kW, segno di una rete che vuole diventare davvero “fast” e rispondere alle esigenze di chi viaggia in elettrico.

Le Regioni che spingono davvero: Lombardia leader assoluta

La distribuzione dei punti di ricarica evidenzia differenze ancora marcate:

  • Lombardia al primo posto con oltre 14.200 colonnine,

  • seguita da Lazio, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna.

A livello provinciale, la classifica conferma l’asse Nord-Centro:

  • Roma domina con quasi 5.900 punti,

  • poi Milano,

  • e Napoli, in costante crescita.

Il dato urbano è cruciale: nelle grandi città, dove gli spazi privati scarseggiano, la ricarica pubblica è un abilitatore decisivo. La crescita dell’infrastruttura rispecchia infatti l’aumento degli EV circolanti: 339mila full electric al 31 ottobre 2025, +28,7% rispetto all’anno precedente.

Iter complessi e costi energetici: il vero freno alla crescita

La rete cresce, sì, ma non senza difficoltà. Gli operatori del settore lamentano da tempo procedure autorizzative lente e un quadro normativo frammentato.

Il presidente di Motus-E, Fabio Pressi, sottolinea il rischio di rallentamento:
Sostenere questa crescita sta diventando sempre più complicato per gli operatori, a causa di ritardi normativi e regolatori che rallentano l’attivazione delle infrastrutture.

Pressi – CEO di A2A E-Mobility e figura di riferimento dell’e-mobility italiana – insiste su un punto: senza un intervento strutturale, l’Italia rischia di perdere il ritmo della transizione elettrica.

Motus-E propone 5 priorità nel manifesto “Ricaricare l’Italia”:

  • ridurre i costi energetici per gli operatori, allineandoli alla media UE;

  • semplificare gli iter autorizzativi per connettere le colonnine alla rete;

  • coprire tutte le autostrade con punti di ricarica rapidi;

  • concessioni ventennali per garantire stabilità agli investimenti;

  • una governance centrale che coordini dati, pianificazione e strategie.

Italia in ritardo sull’Europa: serve una politica industriale vera

Nonostante la crescita, la quota di mercato delle auto elettriche italiane è ancora ferma al 5,2%, lontanissima dal 18,1% europeo e dai target del PNIEC 2030.

Secondo Pressi, lo scontro politico sulle date di stop ai motori termici è fuorviante:
Non è più tempo di discutere delle date di fine vendita dei veicoli termici, ma di definire una politica industriale europea e nazionale seria.

L’obiettivo di Motus-E è chiaro: una rete più densa, più accessibile e più economica, capace di ridurre le ansie da ricarica e spingere un mercato che oggi resta frenato soprattutto dall’infrastruttura e dai costi.

Se il Paese saprà cogliere la sfida, l’Italia potrà avvicinarsi al modello dei Paesi più avanzati, trasformando la mobilità elettrica da nicchia a scelta mainstream.

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